Elif Shafak, La bastarda di Istanbul (Turchia)

Zeliha è la minore della famiglia turca Kazanci.
Quando ha inizio la storia, seguiamo Zeliha sotto la pioggia di Istanbul e la accompagniamo allo studio del ginecologo dove ha appuntamento per subire un aborto. Zeliha ha solo 19 anni, è considerata la pecora nera della famiglia, veste con appariscenti minigonne e porta un anello al naso.
Cambiamo capitolo e facciamo la conoscenza di Rose, americana appena divorziata da un armeno dal cognome impronunciabile e madre di Armanoush. Rose incontra al supermarket un uomo turco appena arrivato in America e con ancora qualche difficoltà con la lingua del paese che lo sta ospitando. Lui è Mustafa. Rose decide di conquistarlo per vendicarsi dell’ex marito, il quale odia i turchi per il genocidio che questi ultimi hanno attuato nei confronti del popolo armeno.
Cosa accomuna le due donne?  E’ proprio Mustafa, fratello di Zeliha e futuro marito di Rose.
Cambiamo ancora capitolo e ci accorgiamo che sono passati 19 anni, Zeliha non ha mai abortito e ha dato alla luce Asya, senza mai rivelare il nome del padre. Tecnicamente quindi Asya è una bastarda, ma è cresciuta accanto a 5 donne che l’hanno sempre protetta e avvolta nel loro affetto, a volte un po’ soffocante.
Dall’altra parte del mondo anche Armanoush è cresciuta e decide di partire per Istanbul alla ricerca delle sue origini.
Ovviamente, a questo punto le storie dei personaggi si intrecceranno fino a portar fuori storie antiche e segreti tenuti a lungo sotterrati nella memoria di poche persone….
Premetto che i libri ambientati in luoghi così lontani da noi e che ci parlano di tradizioni così diverse dal mondo occidentale, mi affascinano, e anche tanto.
I tre quarti della storia raccontata da Elif Shafak mi hanno coinvolta prepotentemente, poi…mi è sembrato che tutto si fosse concluso in maniera un po’ troppo confusa e affrettata, che non ho affatto gradito. Peccato!
Recensione di Anto_s1977.

Elif Shafak, La bastarda di Istanbul (Turchia)

Elif Shafak, La bastarda di Istanbul (tit. originale The Bastard of Istanbul), RCS Libri, Milano 2013. Traduzione di Laura Prandino.

Zeliha si reca in una clinica di Istanbul per abortire. Ha diciannove anni. All’ultimo minuto però, in modo quasi incosciente, si mette a urlare così tanto che il medico non riesce a praticare l’aborto, così che alla fine Zeliha tiene il bambino, anzi la bambina, perché è già certa che sarà una femmina.

Rose ha appena divorziato dal suo marito armeno ed è decisa a fargliela pagare: dà così alla loro figlioletta Armanoush un patrigno turco, massimo affronto per una famiglia armena come quella di origine del padre.

Dopo diciannove anni ritroviamo Armanoush e la bastarda di Istanbul, Asya, con le loro rispettive vite fatte, nel primo caso, di letture di grandi romanzi e frequentazioni di un forum per armeno-americani, nel secondo caso della compilazione di un manifesto nichilista e frequentazioni di un caffè per nichilisti. Una vive fra l’Arizona e San Francisco, l’altra a Istanbul. Sembra impossibile che le loro vite si incrocino, eppure è quello che accade.

Intanto, Mustafa, il patrigno di Armanoush, altri non è che lo zio di Asya, unico maschio sopravvissuto in una famiglia di donne, dove tutti i maschi sono destinati a una morte precoce. Poi, Armanoush decide di andare a Istanbul per seguire le tracce della nonna amatissima, e sarà proprio da Asya e dalla sua famiglia che alloggerà. Ma gli intrecci non finiscono qui.

Una grande storia familiare narrata con tono e stile moderni, che niente ha da invidiare alle grandi epopee familiari della letteratura. All’inizio lo stile mi è sembrato perfino un po’ troppo moderno per la storia che narra, ma poi la storia mi ha preso talmente tanto da farmi dimenticare di questo.

Un libro molto bello sull’inesistenza delle coincidenze, sulla famiglia, sul genocidio armeno, sulla violenza. Un libro per il quale l’autrice è stata processata in Turchia per denigrazione dell’identità nazionale turca, poi però assolta. Ricordo infatti che in Turchia è ancora in vigore una legge per cui è vietato riconoscere come tale il genocidio armeno, cosa che questo libro fa dall’inizio alla fine.

Recensione di Sonnenbarke.

Elif Shafak, Latte nero (Turchia)

In questo libro l’autrice racconta ai lettori il suo rapporto con la maternità. Elif è sempre stata una donna forte e determinata, dedita alla scrittura fin da quando era solo una bambina. La donna è convinta che dentro di sé coesistano una serie di Elif, ognuna delle quali corrisponde a una parte ben precisa della sua personalità, c’è la parte intellettuale, quella spirituale, quella precisina. L’autrice immagina che esse siano delle piccole donnine alte poche centimetri, le Pollicine, e con loro intavola infinite conversazioni.
Ma le Pollicine all’improvviso aumentano di numero. Emergono infatti la parte femminile e la parte materna che erano ben nascoste in fondo all’anima.
In mezzo a queste conversazioni, alla descrizione delle buffe Pollicine, la Shafak ci parla della sua esperienza personale e di quella di alcune scrittrici famose, alcune delle quali hanno privilegiato la scrittura e altre che hanno cercato di conciliare la scrittura con la maternità.
Ci racconta dell’amore che, giunto improvvisamente nella sua vita, ha stravolto tutte le sue certezze, ma anche della scoperta di essere incinta e delle difficoltà con cui si è dovuta confrontare alla nascita della bambina, del suo senso di inadeguatezza e della depressione post partum.
E’ un racconto serio, ma allo stesso tempo frizzante, non banale e, a tratti, divertente. Molto carino!
Recensione di Anto_s1977.