Nuruddin Farah, Legami (Somalia)

Un somalo fuggito dalla terra d’origine dopo la caduta della dittatura e l’inizio degli scontri fra signori della guerra, torna a Mogadiscio per reincontrare i due amici dell’università (uno anche fratello acquisito) e per cercare la tomba della madre morta durante i lunghi anni d’assenza. Il ritorno è però funestato dall’incontro con un altro fratellastro divenuto signore locale e dal rapimento delle nipoti.
Il libro è una storia su più piani che si muovono all’unisono. Un racconto sull’identità e sul significato di appartenere ad un luogo, sull’idea di radici; una storia che cerca il punto di vista dei somali sui fatti avvenuti dopo la caduta della dittatura (no, non tutti i somali sono cattivi!) con considerazioni circa gli effetti di una guerra e dell’assenza di uno stato; infine c’è il romanzo noir, la storia di intrighi di palazzo (senza nessun palazzo), l’indagine sul rapimento, il gioco di alleanze e scontri, i pedinamenti e i personaggi fantasma che aleggiano su quanto succede senza mostrarsi quasi mai, il dubbio ed i punti di vista diversi delle medesime vicende.
In teoria un libro affascinante e ben mixato. In pratica Farah crolla rovinosamente sui dialoghi che sembrano più interviste filosofiche per un magazine patinato, piuttosto che scontri o chiacchere fra conoscenti (ma a volte fra nemici) in tempo di guerra in una città infernale; l’effetto spaesante l’ho trovato assolutamente stridente e degradante; considerando la quantità dei dialoghi questo non è un difetto da poco.

Recensione di Killdevilhill.

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