Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin (Palestina)

Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin (tit. originale Mornings in Jenin), Feltrinelli, Milano 2011. Traduzione di Silvia Rota Sperti.

Avevo sentito parlare tanto bene di questo romanzo e così un po’ di tempo fa mi sono convinta a comprarlo. E ho fatto bene, perché è davvero bello. È stato detto che questo libro ha fatto per la Palestina quello che Il cacciatore di aquiloni ha fatto per l’Afghanistan, e credo che sia vero, sebbene in ogni caso io abbia preferito il libro di Hosseini. Ma anche questo è molto bello e tutti dovrebbero leggerlo, se non altro per avere un punto di vista diverso sul conflitto israeliano-palestinese.

Ho letto anche, in rete, che questo romanzo sarebbe propaganda palestinese: la questione è complessa, ma non credo che lo sia. È semplicemente il punto di vista di una donna palestinese sul destino del suo popolo, dunque per forza di cose è di parte. È vero però che il popolo palestinese viene presentato come completamente inerme se non per alcuni piccoli grappoli di resistenza, vittima completa della violenza di Israele. Temo invece che, per quanto la colpa originaria sia nella pretesa di costituire uno stato nuovo laddove ce n’era sempre stato un altro, anche i palestinesi non siano esenti da colpe. Ma questo è un romanzo, non un saggio storico, e come tale va preso.

La scena iniziale è questa: Amal, la protagonista, si trova a Jenin, adulta, con un fucile israeliano puntato alla fronte. La storia che segue è quella della sua vita e della sua famiglia, per poi ricongiungersi alla fine di nuovo con questa scenza iniziale, come se in quel momento davanti agli occhi di Amal fosse passata tutta la propria vita, che leggiamo nel corso del romanzo. Amal è la terza di tre figli, nata nel campo profughi di Jenin dove i palestinesi si sono rifugiati dopo l’esproprio delle loro case di ‘Ain Hod. È figlia di Hassan e della beduina Dalia, sorella di Yussef e di Ismail. Quest’ultimo, però, non fa più parte della famiglia, in quanto durante l’esodo da ‘Ain Hod a Jenin la madre lo ha inspiegabilmente perso e, fino a un certo punto nel libro, nessuno avrà più sue notizie.

Il romanzo è la storia di Hassan e del suo amico ebreo Ari Perlstein, dell’amore fra Hassan e Dalia, di Ammu Darwish, fratello di Hassan, segretamente innamorato di Dalia, di Amal che studierà per seguire il desiderio del padre, di Yussef e del suo amore inestinguibile per Fatima, di Sara, figlia di Amal e ormai cittadina americana. Ma è soprattutto la storia di un popolo, quello palestinese, e di una guerra senza fine, quella fra Israele e Palestina. E ripeto, è senz’altro un punto di vista di parte, ma che si parli di propaganda mi pare francamente esagerato. È invece narrato in maniera molto bella e toccante, e io credo che chiunque dovrebbe leggere questo punto di vista differente sul decennale conflitto. Magari approfondendo poi con i libri di storia che sono citati nel corso del romanzo e che vengono elencati in una breve bibliografia finale. Per parte mia, consigliatissimo.

* Una recensione su Mangialibri.
* La travagliata storia editoriale del romanzo.
* Il conflitto israelo-palestinese.

Recensione di Sonnenbarke.

Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin (Palestina)

“Ogni mattina a Jenin”, Susan Abulhawa, ed. Feltrinelli 2011 – traduzione Silvia Rota Sperti
PALESTINA
Una saga familiare, che si svolge su di un arco temporale di circa 60 anni, dal 1941 al 2002, offre lo spunto per narrare una storia dal respiro molto più ampio: la storia di un popolo, quello arabo palestinese, che si trova a fuggire dalle proprie terre, dalle proprie case, e a ricostruirsi una vita in ghetti o baraccopoli. Sono gli anni della guerra tra Israele e Palestina, della distruzione e della devastazione, che si riversano su intere generazioni.
Il mondo occidentale giustamente ricorda le terribili persecuzioni ai danni degli ebrei da parte del regime nazista e ha istituito persino un giorno della memoria per non dimenticare l’oppressione del popolo ebraico; però spesso la nostra memoria è fallace, perché oblitera una parte di storia, successiva alla seconda guerra mondiale, altrettanto importante, in cui gli ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista hanno cercato di rimettere radici in quella che era la Palestina, avviando una terribile guerra per la conquista di quei territori, facendo a loro volta soffrire pene indicibili agli arabi palestinesi.
Bassima e il marito hanno due bei figli maschi, Hassan e Darwish. Dalia, beduina ribelle, donna forte e risoluta, sposa Hassan, dal quale ha i primi due figli maschi: Yussef e Isma’il. Dalia è una madre e moglie devota, legata ai propri figli e alla propria terra, Jenin. Proprio quella città diventa ben presto teatro di guerra e nella inevitabile fuga Dalia perde il figlio Isma’il, un piccolo bambino di quattro anni con una cicatrice vistosa sul volto. Sara, nipote di Dalia e figlia di Amal, ultimogenita di Dalia, decide di fare luce sul suo passato e su quello della famiglia di sua madre, e ci svela così una grandissima storia di amore e di guerra, di orgoglio e di sofferenza.
Susan Abulhawa ha scritto un romanzo molto toccante, intenso, commovente e nostalgico, in cui pur nell’alternanza delle voci dei protagonisti, maschili e femminili, risuona una musica costante, quella della perdita, del dolore, ma anche dell’amore che tiene unite le famiglie contro tutto e tutti.
Recensione di freetoflyaway.