Sarah Quigley, Sinfonia Leningrado (Nuova Zelanda)

Siamo nella Leningrado del 1941, in piena 2° Guerra Mondiale.
I tre protagonisti della storia fanno tutti parte dell’ambiente artistico della città: un professore del conservatorio, un grande compositore e un direttore d’orchestra.
Ognuno dei tre ha una storia personale alle spalle: chi ha una moglie e dei figli ma rifiuta di lasciare la città anche sotto le bombe dei nemici, chi è vedovo e ha una figlia che adora e vuol assolutamente proteggere dalla morte e dalla fame e chi ha una madre da accudire che sembra piuttosto un peso e un ostacolo.
Tutti e tre vivranno in prima persona la guerra e le sue devastazioni, ma, allo stesso tempo, dovranno portare a termine un compito che viene affidato loro dai gerarchi della milizia per sollevare lo spirito dei russi ormai giunti allo stremo delle forze.
Sostakovic ha il compito di comporre una Sinfonia che guidi l’esercito negli attacchi al nemico, Karl Elias Eliasberg dovrà dirigere l’orchestra composta da pochissimi elementi e uno più malconcio dell’altro e Nicolaj dovrà suonare in quella stessa orchestra anche se sconvolto dal dolore.
——————————-
La prima frase di questo libro è la seguente: “Sono nato senza un cuore”.
Dopo aver letto questo incipit ho pensato che, molto probabilmente, avrei amato questo libro e questa storia, poiché si tratta, senz’altro, di un inizio che colpisce e desta l’attenzione chi si avvicina a leggere tutta la storia.
Invece il mio entusiasmo iniziale è andato scemando e anche in modo veloce….
Detto questo, si tratta di una storia scorrevole che si legge anche abbastanza volentieri, ma non riesce a comunicare granché, se escludiamo l’ultima parte, veritiera e raccapricciante, in cui vengono descritti minuziosamente le conseguenze della guerra, del razionamento, dei bombardamenti, della paura…
Recensione di Anto_s1977.
Annunci

Janet Frame, Faces in the Water (Nuova Zelanda)

Janet Frame, Faces in the Water, Virago, London 2009. 223 pagine.

Janet Frame, una delle maggiori scrittrici neozelandesi, scomparsa nel 2004 a 80 anni, in giovinezza ebbe un esaurimento nervoso in seguito al quale le fu diagnosticata una schizofrenia e fu ricoverata per molti anni in vari ospedali psichiatrici, dove venne sottoposta a numerosi elettroshock (pare più di 200). In seguito, a Londra, fu visitata da uno psichiatra che le disse che non soffriva né aveva mai sofferto di schizofrenia. Durante i suoi ricoveri le fu ventilata l’ipotesi di sottoporla a lobotomia, ma questa soluzione così estrema venne poi ritirata quando si scoprì che Frame aveva appena vinto un prestigioso premio letterario nazionale.

Premessa necessaria per capire fino in fondo questo libro, che è un romanzo con protagonista Istina Mavet (Istina vuol dire verità in serbo-croato, Mavet significa morte in ebraico) e, come l’autrice stessa specifica, è un’opera di finzione i cui personaggi sono inventati. Ma di fatto è impossibile leggere questo libro senza pensare alla biografia di Frame (illustrata nel libro Un angelo alla mia tavola, che voglio leggere). Perché, seppure Faces in the Water è un’opera di finzione, l’autrice ha di certo tratto spunto e ispirazione da ciò che ha dovuto subire nella sua vita.

Siamo in Nuova Zelanda intorno alla metà del Novecento, e Istina passa nove anni della sua vita in vari ospedali psichiatrici, dai venti ai ventinove anni. Non ci viene detto di cosa soffra la protagonista-narratrice, ma nel corso del libro la vediamo avere delle allucinazioni e soprattutto soffrire di paranoia. Tuttavia la diagnosi di Istina non è importante, ciò che importa è il fatto che sia stata per nove anni rinchiusa in ospedale. Quello che Istina ci racconta è la storia di questi nove anni, con delle brevissime parentesi passate a casa. Perciò veniamo a sapere delle pazienti che condividono la sorte di Istina, delle attività ricreative organizzate dagli ospedali per tenere “allegri” i pazienti, delle terapie elettroconvulsivanti (elettroshock) subite dalla protagonista, dell’insulinoterapia, della sua promessa e poi scampata lobotomia.

La scena che più mi ha colpito è stata quella di Istina seduta tutto il giorno a un tavolo dal quale non le era permesso alzarsi, tanto che era costretta a fare i suoi bisogni per terra. Pazienti spesso trattati come animali, camicie di forza, lobotomie: questo era lo stato della psichiatria verso la metà del secolo scorso, e ricordiamoci che non parliamo di così tanti anni fa, e che era così in tutto il mondo, Italia compresa, non solo in Nuova Zelanda.

Un affresco della cosiddetta follia toccantissimo, anche perché scritto in prima persona, spesso utilizzando una sorta di flusso di coscienza che ci fa finire dentro i pensieri e le paure della protagonista. Forse non ai livelli di La campana di vetro di Sylvia Plath e Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey, né tantomano ai livelli dell’inarrivabile autobiografia di Kay Redfield Jamison, Una mente inquieta. Ma comunque bellissimo, toccante, straziante.

Mi ha fatto anche un po’ male leggerlo, tanto che a volte, sebbene tenda a tenere incollati alle pagine, ho dovuto smettere la lettura perché era troppo forte per me. Io sono giovane, ho 32 anni, non ho per fortuna vissuto quello che viene descritto in questo libro e in altri libri come questi, come quelli che ho citato sopra. Ma ho vissuto la follia e leggerla mi fa male, anche se lo trovo spesse volte necessario e imprescindibile. Perché questi lavori sono reportage più che romanzi – tanto che Faces in the Water è stato anche utilizzato come libro di testo in alcune facoltà di Medicina. Un modo per vedere come ci si comportava nei confronti dei “pazzi” fino a non tanti decenni fa. Perché non si ripeta mai più quello che queste persone hanno dovuto subire.

Ci sarebbe ancora tanto altro da dire su questo libro, ma non voglio farmi male e perciò decido di terminare qui questa recensione, ricordandovi che il libro è stato tradotto anche in italiano, e si trova con il titolo Volti nell’acqua o anche Dentro il muro.

Recensione di Sonnenbarke.

Jacqueline Kelly, L’evoluzione di Calpurnia (Nuova Zelanda)

Versione al femminile e in ambiente americano di La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrel, mescola naturalismo ed evoluzione, facendo capire come sia difficile per le ragazze dotate di mente scientifica liberarsi dagli stereotipi a cui sono culturalmente costrette.
Ma Calpurnia vedrà la neve, simbolo del suo brillante futuro.
Scritto per i ragazzi, delizioso per gli adulti.

Recensione di ombraluce.

Janet Frame, La città degli specchi (Nuova Zelanda)

Una certa casualità nella scelta delle letture a volte fa fare strani incontri, ed questo il caso di La città degli specchi, che ritenevo un’opera di fantasia e invece è un’autobiografia, e non solo, è il terzo volume dell’autobiografia di Janet Frame.
Fortunatamente la prosa è tale, nonostante la traduzione poco degna, da non rendere necessaria la conoscenza dei due volumi precendenti, e la storia di questa timida scrittrice neozelandese a lungo creduta pazza, come spesso avviene alle donne geniali, dalla Nuova Zelanda all’Inghilterra e ritorno, attraverso la presa di coscienza della propria personalità, del proprio corpo, della propria sanità mentale e, soprattutto del proprio talento, è decisamente avvincente.

Recensione di ombraluce.

Jacqueline Kelly, L’evoluzione di Calpurnia (Nuova Zelanda)

Un giorno avrei posseduto tutti i libri del mondo, scaffali e scaffali pieni. Avrei vissuto in una torre di libri. Avrei letto tutto il giorno mangiando pesche. E se qualche giovane cavaliere con l’armatura avesse osato passare sul suo bianco destriero e mi avesse implorato di calargli la treccia, lo avrei bersagliato di noccioli di pesca finché non se ne fosse andato a casa.

 
Se avessi letto questo libro quando ero più piccina sarebbe senz’altro diventato uno dei miei preferiti. Per la me che voleva fare l’etologa leggere un libro in cui una ragazzina scopre l’amore per la natura e le scienze e vuole trovare il modo di realizzare i suoi sogni nell’America di fine ‘800… beh, come avrei potuto non innamorarmene? Nonostante io crescendo abbia iniziato a odiare gli insetti e a prendere 4 in scienze per colpa di una professoressa tremenda, il libro mi è piaciuto comunque moltissimo! E i primi amori poi, si sa, non si scordano mai 😀
E’ un libro che regalerei ai miei figli e consiglierei di leggere anche ai genitori visto che poi tratta in modo garbato e intelligente anche della questione femminile.
Recensione di Lù.