Roger Dorsinville, Un uomo in tre pezzi (Haiti)

La storia di un uomo dall’infanzia all’età adulta in tre capitoli, ognuno dedicato ad un suo nome (nel corso della vita avrà il nome di battesimo, il nome acquisito per prestigio dei padrini ed il nome spendibile da adulto). Il libro è particolarissimo per la struttura e lo stile. Nel primo capitolo l’infanzia del protagonista è delineata a tratti ampi con molti dettagli della sua convivenza con la famiglia dei padrini (persone ricche che accoglievano in casa ragazzi più poveri come tuttofare, ma che alla fine davano il proprio nome al ragazzo), lo stile è infantile ed onirico, si avvicina a quello di un Okri senza lisergicate o di un Marquez, meno poetico e più terreno. Il secondo capitolo diventa quasi un giallo, il ragazzo del primo capitolo è divenuto adulto e grazie al suo fratello acquisito nella casa dei padrini è a capo della polizia della città, è impegnato nell’inseguimento di un ladro mitico e fantasmatico e si trova alle prese con l’omicidio di una santona molto popolare; lo stile è decisamente più canonico. Nell’ultimo capitolo l’indagine lo porta nelle terre della propria infanzia e lo porta ad affrontare i propri fantasmi… che però non c’entrano nulla con quanto descritto nel primo capitolo, la sua infanzia è stata distrutta da ciò che è venuto dopo ed in parte ha rimosso (e ne parla mentre gli torna in mente così da avvertire il lettore di pari passo a quanto sta ricordando); lo stile è anche qui piuttosto canonico.
Libro breve, ma molto interessante, che potrebbe essere il portavoce di uno stile o un semplice colpo di fortuna. Sfortunatamente non esiste nient’altro di questo autore che sia tradotto in italiano (e anche questo libro è fuori catalogo da 30-40 anni).
Recensione di Killdevilhill.

Edwidge Danticat, Breath, Eyes, Memory (Haiti)

Edwidge Danticat, Breath, Eyes, Memory, Abacus, London 1997. 234 pagine.

Questo è il primo romanzo scritto nel 1994 da una Danticat all’epoca appena venticinquenne, ed è sorprendentemente maturo per la giovanissima età dell’autrice.

È la storia, narrata in prima persona, di Sophie Caco e di sua madre Martine. Sophie all’inizio del romanzo è una bambina dodicenne che vive a Croix-des-Rosets, ad Haiti, con la zia Atie. Sua madre l’ha dovuta lasciare per andare a lavorare a New York quando Sophie era ancora una bambina piccola. Tanto che Sophie non la ricorda quasi per nulla, e se non fosse per la foto che Tante Atie tiene incorniciata in casa questa madre non avrebbe neppure un volto. Per Sophie la madre è Tante Atie, è a lei che scrive bigliettini d’auguri per la festa della mamma, è lei che vorrebbe la accompagnasse a scuola per partecipare alle lezioni di lettura. Così, è forte lo shock quando un giorno Martine manda a Tante Atie un biglietto aereo per la figlia: è stata troppo tempo senza di lei, e ora vuole recuperare il tempo perduto facendola andare a vivere con lei in America.

È dunque la storia straziante di una donna che è stata costretta a emigrare per mantenere la famiglia (una famiglia fatta di sole donne, perché il nonno è morto, Atie non è sposata e Sophie è senza padre). Ma è anche la storia di tradizioni antichissime come quella che prevede che le madri testino le ragazze per assicurarsi che siano ancora vergini, pratica umiliante che va avanti fino al giorno del matrimonio, e vissuta estremamente male da Sophie. Ed è anche la storia di violenze, stupri e le loro conseguenze.

È un romanzo estremamente poetico, ma anche molto violento in alcuni punti. Violento come può esserlo la realtà. È un romanzo bellissimo che si legge in un paio di sere, e che mi sento di consigliare a tutti. Una lettura intensa, nonostante la brevità.

Ne esiste anche una versione italiana, dal titolo Parla con la mia stessa voce, pubblicata dall’ormai defunta Baldini & Castoldi Dalai. Non so se ne esistano ancora copie in commercio, ma dovrebbe essere possibile reperire il libro in biblioteca, per chi non si senta di leggerlo in inglese. A proposito, è scritto in inglese perché l’autrice è emigrata in America all’età di 12 anni, e ha dunque adottato l’inglese come sua lingua di scrittura, sebbene le sue lingue madri siano il francese e il creolo parlato ad Haiti.

Recensione di Sonnenbarke.

Marie-Célie Agnant, Il libro di Emma (Haiti)

Marie-Célie Agnant, Il libro di Emma (tit. originale Le livre d’Emma), Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere 2007. Traduzione di Paola Ghinelli. 124 pagine, 13 euro.

Emma è rinchiusa in un manicomio criminale con l’accusa di aver ucciso sua figlia. Flore viene chiamata a fare da interprete, ma il suo è un ruolo diverso da quello che ricopre di solito, in quanto in questo caso Emma conosce perfettamente il francese, ma si rifiuta di parlarlo. Emma viene da un’isola caraibica di cui non viene mai fatto il nome ma che è chiaramente Haiti. All’inizio è diffidente, ma poi finisce per aprirsi con la sua interprete e per raccontarle una storia, che non è la sua propriamente, ma quella della sua gente. Emma parla delle sue antenate, della sua antenata Kilima, una bantu che è stata portata nell’isola come schiava, di sua nonna Rosa, di sua madre Fifie. Di sua figlia, quella figlia che ha ucciso, Emma non parla praticamente mai.

Il filo conduttore di tutta questa storia lo scopriamo solo alla fine, nell’ultimo capitolo, ma non mi pare che possa bastare. Voglio dire, il libro rimane quasi fino alla fine un romanzo di cui non si capisce dove voglia andare a parare, ben scritto senz’altro, ma pieno dei monologhi di Emma e senza una vera storia che li inquadri. Sì, Emma è rinchiusa in manicomio per aver ucciso la figlia; sì, Flore fa da interprete per il dottor MacLeod, ma la storia esterna in cui è racchiusa la storia di Emma non è sviluppata. Forse è voluto, ma a me non è piaciuto molto.

* Marie-Célie Agnant (in francese).
* Il libro sul sito dell’editore italiano.

Recensione di Sonnenbarke.