Karl Adolf Gjellerup, Sol maggiore (Danimarca)

Nel 1917 il Nobel fu un vero casino. Al di là del fatto di non volersi esporre dando il Nobel ad una nazione in guerra (per evitare strumentalizzazioni, anche se in molti mi pare si aspettassero un tedesco) la scelta cadde sulla vicina e neutrale Danimarca. Tra i danesi quello da sempre candidato fu Pontoppidan e sembrava la scelta più logica a tutti; fuorché per Heidenstam. Von Heidenstam fu un letterato svedese, facente parte dell’accademia di Svezia che, curiosamente, vinse il Nobel nel 1916. Heidenstam fu un prosatore ed un poeta, non l’ho mai letto, ma viene descritto come un lirico e un romantico, avversario dichiarato di quel naturalismo che da fine 800 impazzava. Logico quindi che si opponesse a Pontoppidan  esponente principale proprio di quella fazione letteraria. Senza dilungarsi troppo, mettendo sul tavolo il proprio nome ed il proprio Nobel impose a tutta la commissione il nome di Gjellerup; ma per non scontentare nessuno (con una manovra molto democristiana) decisero per la prima volte (ma non l’ultima) e al di là delle regole imposte dal fondatore, di dare il Nobel ad entrambi.
Gjellerup era però considerato da tutti uno scrittorucolo…
Il romanzo Sol maggiore è la storia di un uomo fidanzato che, per cause di lavoro, torna per qualche giorno nel paese dove incotnrò il suo primo amore; ricordandolo incontrerà proprio la sorella di quella ragazza che amò e scoprirà che anche lei abita a Copenhagen (come lui e la fidanzata). Una volta tornato a casa, è facile immaginare, comincerà a frequentare la casa della vecchia fiamma, ma non per vedere lei, ma la giovane sorella.
Romanticismo fino allo sfinimento, descrizioni pedisseque, alleggerimenti (vitali!) dati dai dialoghi, ma anch’essi profusi di quel senso di estatica sentimentalità che rimane sempre in bilico fra un romanzo tout court e un harmony. Gjellerup non solo è invecchiato (anche se meno rispetto a Pontoppidan), ma non credo sia mai stato migliore di così. Un romanzo leggero, che si legge con una certa facilità (nonostante le descrizioni assassine), ma che non dice nulla, non da nulla, non rimane.
Di Gjellerup ho già letto Romulus, storia d’amore fra un giovane medico ed una nobildonna (sua vecchia fiamma) con un intermezzo di amore per i cavalli piuttosto noioso. Libro che ha tutti i difetti di Sol maggiore, ma li usa molto più a lungo.
Recensione di Killdevilhill.
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Henrik Pontoppidan, Il paradiso dell’uomo (Danimarca)

Premio nobel del 1917, scelto perché (oltre alle indubbie capacità) era danese (nazione neutrale) e lui stesso un pacifista.
Di fatto uno scrittore della sua epoca, uno stile formalissimo, realista (anzi naturalista) e, in minima parte, romantico. In questo romanzo c’è anche un’intensa nota politica; essendo stato scritto dopo la grande guerra e ambientato in quel periodo, lo scontro politico e le ideologie si scontrano apertamente.
La storia è quella di un letterato (Thorsen) che viene scelto dal direttore di un giornale liberale per succedergli nella conduzione; la promessa però non considera le pressioni politiche; nel giro di una notte verrà scelto un redattore del giornale stesso bene ammanicato. Thorsen verrà quindi tentato dal partito dei conservatori, gli offriranno di unirsi al loro giornale per poter dare una virata liberale; Thorsen utilizzerà quest’opportunità per vendicarsi del torto subito e per indirizzare l’opinione pubblica nelle elezioni successive. In tutto questo si intrecceranno il rapporto con la moglie separata che sarà ristabilito, ma soffrirà anch’esso della politica cannibile. La morte e la guerra saranno i due deus ex machina (la morte in realtà, la guerra sarà solo un catalizzatore).
Come si intuisce un dramma politico quindi, scritto nel 1927. Il romanzo appare ideologico, ma di un’ideologia enfatica ormai invecchiata tantissimo. Più che la noia o i personaggi patetici credo che sia questo che declassa il libro (ed in parte l’autore) non essere sopravvissuto al tempo.
Di Pontoppidan ho letto altri romanzi e racconti; tutti affetti dallo stesso problema; il migliore (o meglio, quello che io preferisco) è L’orso polare, con la storia di un prete danese timido e impacciato mandato in Groenlandia per obbligo curiale, là scoprirà il suo spazio nel mondo, regredirà ad uno stato più base di vita, ma scoprirà anche una vera fede; purtroppo dopo anni di stanza nel nord sarà richiamato (come premio) nella madrepatria.
Recensione di killdevilhill.

Anne Fortier, La chiave del tempo (Danimarca)

La storia si apre negli Stati Uniti dove vivono le gemelle Julie e Janice Jacobs. Le due ragazze hanno perso la madre in un incidente stradale a Siena quando erano molto piccole e sono state accolte dalla zia Rose, ricca e aristocratica signora.
Alla morte di zia Rose le due ragazze ricevono una strana eredità: Janice diventa la proprietaria dell’immensa residenza nella quale le tre donne hanno vissuto, mentre Julie riceve dal fedele giardiniere Umberto, una lettera della zia nella quale le svela di essere in realtà Giulietta Tolomei, cioè la discendente della Giulietta narrata da Shakespeare.
Dalla stessa lettera Julie apprende che la madre e il padre avevano iniziato molti anni fa una ricerca sui due amanti Shakespeariani scoprendo che erano davvero vissuti a Siena nel 1340 e che i loro nomi erano Romeo Marescotti e Giulietta Tolomei. La madre aveva nascosto un tesoro nel caveau del Monte dei Paschi di Siena e questa sarebbe stata la sua vera eredità.
Giulietta va, quindi, a Siena e si mette alla ricerca di questo misterioso tesoro.
Una ricerca che si rivelerà pericolosa e che porterà alla luce mille segreti di famiglia….
Io ho trovato la storia molto carina e l’idea del legame tra Julie e la Giulietta del ’300  e il ripetersi delle stesse situazioni nella Siena di oggi, molto originale.
Inoltre c’è una giusta dose di mistero e colpi di scena che rimettono spesso tutto in discussione.
Recensione di Anto_s1977.