Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera (Colombia)

Mi ero ripromessa di non tornare, almeno non così presto, su paesi che avevo già “visitato” nella scorsa edizione di questa sfida. Ma, a parte il fatto che in generale non sono molto brava a mantenere le promesse, questo libro mi ha chiamato quando Márquez ci ha lasciati.

Fermina Daza e Florentino Ariza si innamorano segretamente in gioventù, attraverso lettere, fiori e poesie rubate, un amore a prima vista che matura nel tempo. Ma quando il ricco dottor Juvenal Urbino entra in scena, questa infatuazione è destinata a farsi da parte per più di 50 anni…

E questi 50 anni si sentono tutti nel libro, perché per qualche sorta di incantesimo la lettura si estende nel tempo; le ultime 100 pagine sono durate in eterno, ogni volta che pensavo di aver quasi finito il libro, le pagine si erano magicamente moltiplicate. E credo che questo sia questo uno dei motivi che faccia amare o odiare questo libro, il peso del tempo che passa. Questo, e ovviamente il fatto che nessuno si augura di dover aspettare 50 anni per lasciarsi andare al proprio amore, e nessuno si aspetta che una persona sana di mente soffra così a lungo in un’attesa infinita. Ma Florentino ci riesce e non mi sono sentita di biasimarlo nemmeno uno volta durante la lettura.

Come per tutti i romanzi di Márquez,  l’uso di tutti i sensi è indispensabile nella lettura. Le pagine che descrivono la prima volta di Fermina e del Dr Juvenal Urbino, sono le pagine più intense che io abbia mai letto sull’argomento, senza retorica o sessualità spiccata.

Io sono di parte, ma per me tutti i suoi libri vanno letti e riletti.

“Together they had overcome the daily incomprehension, the instantaneous hatred, the reciprocal nastiness, and fabulous flashes of glory in the conjugal conspiracy. It was time when they both loved each other best, without hurry or excess, when both were most conscious of and grateful for their incredible victories over adversity. Life would still present them with other moral trials, of course, but that no longer mattered: they were on the other shore.”

Recensione di Jaahbaba.

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Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera (Colombia)

Prefigurandosi come il tipico classico che tutti hanno letto tranne te, il libro mi era già noto. E’ uno dei motivi per cui ho un po’ di timore nello scrivere una recensione, non credo di avere gli strumenti adatti a parlare di questo piccolo gioiello della letteratura sudamericana. Tuttavia, tentar non nuoce.

In un luogo non ben identificato, decadente e martoriato dal colera (forse la stessa Colombia), un giovanissimo Florentino Ariza viene folgorato dalla bella Fermina Daza, ma la loro unione viene ostacolata dal padre di lei, e così  i due dovranno aspettare più di mezzo secolo prima di riavvicinarsi.

Dimenticate le atmosfere magiche di Cent’anni di solitudine, qui si tocca con mano la realtà e ci si brucia. Lo capiamo subito da quel bellissimo incipit che, volendo esagerare, potrebbe valere tutta la storia.

“Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati.”

Vita e morte, malattia e morte, amore e malattia, guerra e morte, bellezza e decadenza, Florentino e Fermina, Fermina e Juvenal, Juvenal e Florentino. L’intera storia poggia su questi contrasti che non sono altro che facce della stessa, gigantesca medaglia, che viene presentata al lettore con grazia, lucidità e umorismo.

Che l’amore e il colera abbiano gli stessi sintomi, poi, lo capiamo subito, ancor prima che sia lo stesso Marquez a precisarlo. E’ questa la vera forza del romanzo. Florentino, che da ragazzo si innamora perdutamente di Fermina, intenerisce e spaventa, gli amori di emergenza di cui si ciba sono devastanti mentre ci si interroga sul senso del rapporto coniugale tra Fermina e Juvenal.

Non sono riuscita ad immedesimarmi del tutto in nessuno dei protagonisti, forse un po’ quando erano giovani. L’amore pervade tutto il romanzo eppure, verso la metà, avevo l’impressione che non si arrivasse mai da nessuna parte, come se Marquez stesse facendo scontare anche a me quei cinquant’anni d’attesa. E’ uno dei motivi per cui continuerò a preferire Cent’anni di solitudine. Del resto, leggere L’amore ai tempi del colera a 23 anni significa non avere ancora gli strumenti per afferrare il senso di alcune epifanie che hanno i personaggi nel corso della narrazione. E’ che mi manca un pezzo di vita.

Ciononostante il romanzo rimane a mio parere un bellissimo affresco dei rapporti affettivi all’interno di una società in un arco di tempo notevole.  Ovviamente consigliato.

Recensione di Giuls.

Gabriel García Márquez, Dell’amore e di altri demoni (Colombia)

Marquez l’ho odiato con 100 anni di solitudine (ora sono pronto con il linciaggio); l’ho letto forse nel momento sbagliato, ma l’ho intensamente disprezzato. Ho recuperato lentamente e molti anni dopo “Cronaca di una morte annunciata” e di recente i suoi racconti, tutti scritti che mi hanno riappacificato con lui. Questo “Dell’amore e altri demoni” è sulla scia di quelli. Un racconto lungo tanto semplice quanto affascinante, circonvoluto e scritto con un tono pastoso, parole desuete, continui richiami a mondi, colori e culture multiformi; un uso sapiente di quella metafisica continua che è stata battezzata realismo magico, ma soprattutto una splendida descrizione dei personaggi fatta con flashback continui. La prima parte infatti, dove, lentamente, vengono presentati i protagonisti della vicenda, è decisamente la migliore ; la seconda metà, una canonica chiusura di una storia d’amore, è decisamente più debole.

Recensione di Killdevilhill.

Gabriel Garcia Marquez, Notizia di un sequestro (Colombia)

Quando mi chiedono chi sia il mio scrittore preferito ho difficilmente dubbi. Per quanto legga veramente di tutto indipendentemente dall’autore, e molti libri del cuore sono di autori vari e diversi, Marquez rimane il mio amore giovanile, durato nel tempo. Leggo i suoi libri spesso, ma li intervallo anche con pause abbastanza lunghe, per godermeli appieno. Adoro il suo stile magico, ma non surreale (per capirci, niente a che fare con Murakami).
Ovviamente questo libro, essendo una storia vera, è diverso. Racconta, con una lucidità distaccata, il sequestro di dieci membri di spicco della Colombia che conta da parte del peggiore narcotrafficante della storia: Pablo Escobar (che tra l’altro mi pare di ricordare in qualche altro suo libro). E’ una sorta di documentario scritto, che racconta da una parte la storia e la sofferenza dei sequestrati, dall’altra il punto di vista di Pablo Escobar e degli altri carcerieri (che sono dei carcerati a loro volta considerando la vita che fanno). E tutto ciò lo fa senza perdere completamente lo stile “Marqueziano”, quello che ti fa leggere il libro con tutti i sensi, immaginando le stanze polverose dei sequestrati, il rumore dei passi sordi e delle parole sussurrate. Io lo adoro e consiglio a chiunque non abbia mai letto niente di Marquez di cominciare.
Recensione di jaahbaba.

Álvaro Mutis, La neve dell’ammiraglio (Colombia)

Questo romanzo di Mutis si apre con un incontro del destino: il narratore, entrato in una libreria dell’usato di Barcellona dal sapore dickensiano, acquista un volume sulla storia dell’assassinio di Luigi Duca D’Orléans e scopre all’interno il diario manoscritto di Maqroll il Gabbiere, personaggio misterioso, la cui vita è costellata da viaggi, incontri e avventure quasi metafisiche.
La Neve dell’Ammiraglio – il titolo fa riferimento ad un emporio situato sulla Cordigliera, cui Maqroll spesso ritorna con il cuore e con la mente, e che per lui rappresenta il punto fermo, il luogo immutabile a cui ripresentarsi sempre – è il racconto in prima persona dell’avventuriero, ormai stanco di vagare per il mondo; durante l’ennesimo viaggio alla rincorsa di un miraggio, egli ha modo di riflettere sul proprio passato e sull’inconsistenza delle proprie scelte. La sua è una vita costellata di sconfitte e di sbagli, in cui l’indefinitezza, l’assurdità, il nulla regnano sovrane.
L’intero romanzo è permeato da un’attesa densa di significato, che diventa tangibile, a tratti opprimente; in questo elemento ho trovato forti somiglianze con il romanzo di Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, in cui la sospensione, l’attesa è ciò che nutre la vita e nello stesso tempo la consuma.
Maqroll il Gabbiere è un uomo dai facili entusiasmi, che si imbarca in imprese fallimentari, e per il quale il viaggio è più importante dell’approdo, perché capace di riempire <<l’insipida matassa del tempo>>. Sua caratteristica principale è l’abulia, l’assenza di volontà, per cui sono le circostanze a trascinarlo avanti lungo il suo percorso, non le scelte, non la determinazione. E’ vittima del torpore esistenziale, rassegnato e disincantato di fronte a ciò che lascia passivamente che gli accada. Quella di Maqroll è una frustrazione assoluta, lui stesso la definisce <<sconforto invincibile>>. La selva che attraversa durante questa sua avventura diventa il luogo deputato alla meditazione e alla riflessione a posteriori, fino alla rivelazione finale: <<Non ha rimedio il mio errare stordito, sempre contro corrente, sempre dannoso, sempre estraneo alla mia vera vocazione>>.
Un romanzo nostalgico, in cui l’avventura diventa elemento di contorno e la psiche del protagonista invade le pagine, prende il sopravvento sulla storia e avvolge il lettore nelle sue spire.
Recensione di Pitichi.

Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera (Colombia)

Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera (tit. originale El amor en los tiempos del colera), Mondadori, Milano 2007. Traduzione di Claudio M. Valentinetti.

García Márquez scrive benissimo e tanti anni fa avevo molto amato Cent’anni di solitudine, l’unico suo libro che avessi letto finora. Per questo ho da tempo immemore nella mia wishlist vari libri dello stesso autore. Uno di questi era L’amore ai tempi del colera, che avevo da un po’ in ebook e che mi sono decisa a leggere un po’ di giorni fa.

Ora, che il realismo magico non faccia per me io l’ho sempre saputo. Alcuni romanzi mi piacciono, ma il genere non fa per me. Non so se amerei ancora Cent’anni di solitudine, a rileggerlo ora. I miei gusti anni fa erano diversi. Fatto sta che sto per dire un’eresia.

Raramente ho letto un libro più noioso e soporifero di questo. Mi ha fatto venire sonno ogni volta che l’ho preso in mano. L’ho trovato ben scritto, naturalmente, ma assolutamente non nelle mie corde. La storia non mi è sembrata per niente romantica, ma piuttosto ossessiva. Oggi Florentino Ariza sarebbe uno stalker, oltre che un pedofilo e un maniaco sessuale. Ma soprattutto uno stalker. Come si fa ad amare una donna per cinquantatré anni senza esserne ossessionati? Come si fa a essere più fastidiosi di Florentino Ariza e di Fermina Daza? Lo so che è un’eresia, me ne rendo conto. Ma io questo romanzo proprio non l’ho sopportato, e lo salvo solo perché è scritto magistralmente.

Non proseguo oltre in questo commento, perché mi rendo conto che è emotivo e soggettivo, e non la chiamerei senz’altro recensione.

Comunque, se volete approfondire:

* Qui c’è una recensione al libro.
* Qui il film del 2007 diretto da Mike Newell.
* Infine, Gabriel García Márquez su Wikipedia.

Recensione di Sonnenbarke.