Ding Ling, Huang Luyin e Bing Xin, Tre donne cinesi (Cina)

Questo libro raccoglie otto racconti di tre scrittrici cinesi nate fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. I racconti qui raccolti sono stati scritti tutti fra gli anni Venti e Quaranta del Novecento.

Le tematiche sono varie, così come diverso è ovviamente il modo di scrivere delle tre autrici.

Devo dire subito che i racconti di Huang Luyin non mi sono piaciuti: molto più poetici degli altri, li ho trovati però troppo eterei e sognanti, in un certo senso, caratteristiche che non ho gradito molto. Invece mi sono piaciuti molto i tre racconti di Ding Ling, specialmente il primo, che è il diario di una giovane donna malata e innamorata, e il secondo, racconto corale sulla rottura di una diga e in definitiva racconto con protagonista la massa (tema a me molto caro). Molto bello anche l’ultimo racconto della raccolta, “Disuguaglianza” di Bing Xin, che narra di due neonati dal punto di vista di uno di essi.

Peccato per la terribile traduzione, che mi ha fatto chiedere più di una volta se la traduttrice conoscesse le regole base dell’italiano, soprattutto (ma non solo) quelle della punteggiatura. Sarebbe bello avere la possibilità di rileggere questi racconti in una traduzione più fresca e recente.

Recensione di Sonnenbarke.

Jung Chang, Cigni selvatici (Cina)

La storia di tre generazioni di donne di una famiglia dall’inizio del 900 ai giorni nostri… in Cina. Si passa quindi dalla morte dell’impero con i signori della guerra e le tradizioni tardomedievali alla Cina di Mao.
Una calvalcata interessante in una nazione ben conosciuta superficialmente, ma a me totalmente ignota nei dettagli. Affascinante quindi il punto di vista interno che permette di fare chiarezza pur rimanendo molto parziale (ma l’autrice è piuttosto chiara su questo, non parla dei Laogai, ad esempio, perché non ne ha mai visto uno) come in tutte le autobiografie.
Il problema è la scrittura; leggera e scorrevole è adatta ad un tomo di quasi 700 pagine, ma è poco interessante e nella seconda parte si fa prendere la mano da ripetizioni e punti morti.
Recensione di Killdevilhill.

Xue Xinran, La strada celeste (Cina)

Shu Wen è una donna cinese, medico specializzato in dermatologia. Shu Wen si innamora di un collega, Kejun, ma quest’ultimo si arruola con l’esercito e parte per il Tibet a meno di un mese dal matrimonio.
Dopo poco tempo Wen riceve una comunicazione da parte dell’esercito in cui è annunciato il decesso del marito. La donna sconvolta e poco convinta della morte dell’amato sposo, decide di arruolarsi e partire anche lei per il Tibet alla ricerca della verità. In periodo di guerra i medici sono preziosi e Wen non trova ostacoli sulla sua strada, quindi ben presto arriva il momento di salutare i genitori e la sorella per intraprendere quello che si rivelerà un incredibile e lunghissimo viaggio in una terra sconosciuta, tra riti e costumi molto diversi da quelli cinesi.
Dopo una serie di peripezie, Wen incontra Zhuoma, una donna tibetana di nobili origini che conosce il cinese; ciò facilita la comunicazione e la nascita di una profonda amicizia.
Ma pur avendo Zhuoma accanto, la vita per Wen sarà complessa. Le due donne congiungeranno il loro destino a quello di una famiglia nomade, con la quale Wen rimarrà più di 30 anni, acquisendone anche le abitudini.
Sarà solo per pura coincidenza che verrà a conoscenza della sorte di Kejun…
Si tratta di una storia affascinante che tiene incollati alle pagine. Non è per la storia d’amore, in fondo i due sposi hanno trascorso insieme solo un mesetto e, fondamentalmente, non hanno neppure avuto il tempo di conoscersi.
E’ affascinante l’idea dell’amore eterno che nella storia è contenuta, ma più ancora l’atmosfera tibetana e l’idea che l’uomo e la natura siano un tutt’uno. E la strada celeste, a cui allude il titolo, è quella che li lega per l’eternità attraverso un rito funerario che per noi occidentali appare macabro, cioè ridurre il corpo in pezzi e farlo divorare dagli avvoltoi.
Non conoscevo l’autrice, ma è stata una bella scoperta.
Recensione di Anto_s1977.

Dai Sijie, Balzac et la Petite Tailleuse chinoise (Cina)

Dai Sijie, Balzac et la Petite Tailleuse chinoise, Gallimard, Paris 2000. 229 pagine.

Il narratore, di cui non viene mai detto il nome, e il suo amico Luo sono due ragazzi di diciannove anni, che vengono inviati in un campo di rieducazione in montagna in seguito alla Rivoluzione culturale. Alla rieducazione infatti venivano inviati tutti gli studenti del liceo e anche i ragazzi che, come i protagonisti di questo romanzo, non avevano fatto il liceo ma erano figli di cosiddetti “nemici del popolo” o di “borghesi”.

Nel villaggio sperduto in montagna i due faranno amicizia con il Binoclard (nell’edizione italiana il Quattrocchi), detto così perché porta gli occhiali, e scopriranno per caso che questi possiede una valigia piena di libri occidentali proibiti – gli unici libri non proibiti sono infatti quelli di chiaro stampo comunista, quindi dall’Occidente vengono solo i libri di Enver Hoxha. Dopo varie peripezie riusciranno a rubare la valigia e potranno così finalmente leggere. Leggere servirà loro anche a conquistare l’amicizia, per il narratore, e l’amore, per Luo, della Piccola Sarta, una bellissima ragazza che vive in un villaggio vicino. All’inizio del romanzo la Piccola Sarta non era che una bellissima montanara, in seguito diventa una ragazza colta, fino al sorprendente finale.

Il libro non parla tanto dei campi di rieducazione (sebbene l’argomento venga certo affrontato) quanto dell’amore per la lettura e dell’amore tout court. Un libro bello, scritto con una prosa elegante (il libro è originariamente scritto in francese da questo autore cinese che vive in Francia ormai da anni). Non bellissimo come ho sentito dire tante volte, ma comunque una lettura piacevolissima. Faccio fatica a pensare che possa entrare nella storia della letteratura, ma comunque è stato scritto da quasi 15 anni e la sua fama non accenna a diminuire.

Il libro è pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo Balzac e la Piccola Sarta cinese.

* Dai Sijie su Wikipedia (in inglese).
* Un’intervista a Dai Sijie (in francese).
* Alcuni passi del libro su TecaLibri.
* Una recensione su Lankelot.
* Un’altra recensione.
* Il film tratto dal libro per la regia dello stesso autore.

Recensione di Sonnenbarke.

Dai Sijie, Balzac e la piccola sarta cinese (Cina)

Dai Sijie racconta di due giovani borghesi cinesi che vengono mandati in un piccolo paese di montagna per cominciare la rieducazione, lontani dalle loro famiglie sono sottoposti al lavoro fisico e alla povertà. I due ragazzi privi di istruzione in seguito alle chiusure delle scuole imposto dalla situazione politica, quando si trovano in possesso di una valigia colma di romanzi proibiti nel loro paese ne restano affascinati e li divorano sotto le coperte di notte con piccole fiammelle a dar luce.
In sole 176 pagine esplode l’amore per la letteratura, l’amicizia e la passione fra i due ragazzi e la figlia di un sarto cinese.
E’ un romanzo delicato, intelligente e riesce a dimostrare come anche solo un libro può aprire nuovi orizzonti.
Ho sperato in un finale diverso e mi sarebbe piaciuto fosse molto molto più lungo!
Ammaliante, davvero da non perdere!

Recensione di Isabella Troiani.

Sun Tzu, L’arte della guerra (Cina)

Devo dire la verità, non ci ho visto il capolavoro. E’ però un libro interessante, specialmente queste edizione dove l’introduzione di Riccardo Fracasso predispone mentalmente a leggere il libro, senza aspettarsi ricette per la felicità.
E’ stato il mio vero primo approccio alla Cina, non mi ha esaltato, ma convinto.

Recensione di jaahbaba.

Mo Yan, L’uomo che allevava i gatti e altri racconti (Cina)

Una Cina profonda e autentica, cruda, crudele, rivoluzionaria e arcaica, perfettamente ritratta in questi racconti, che sono impietosi e poetici, dove una dottoressa può praticare aborti in modo industriale, come richiede la politica di pianificazione della nascite, e nello stesso tempo raccontare di creature mitiche intente a preparare pillole per l’immoralità, o dove un moderno pifferaio magico, ormai troppo calato nel proprio luogo, finisce per perdere la faccia davanti ai funzionari del partito.
Su tutto pesa come una cappa l’assoluta mancanza di considerazione per l’essere umano, che fa si che nessuno mai paghi per le vite perse e, anche, che nessuno abbia la minima considerazione per la propria vita.

Recensione di ombraluce.