Amélie Nothomb, Una forma di vita (Belgio)

Amélie Nothomb adora i rapporti epistolari, le piace rispondere alle lettere degli ammiratori, anche se, a volte, si ritrova a leggere strane richieste da altrettante strambe personalità.
Ed ecco che, tra quelle missive, un giorno trova una lettera di un soldato americano che combatte a Baghdad. Il soldato riesce ad attirare l’attenzione della famosa autrice belga raccontando la sua storia di bulimia come forma di inconscia protesta verso la guerra. Egli non risparmia, nei suoi racconti, i dettagli del suo prender peso fino al raggiungimento di un peso “assurdamente” elevato dal quale, forse, non si torna indietro.
Ma le cose stanno davvero così?
Non è un libro che è riuscito ad entusiasmarmi, l’ho trovato molto piatto, a tratti noioso. Il finale è sicuramente molto curioso. Due stelline
Recensione di Anto_s1977.

Amélie Nothomb, Stupore e tremori (Belgio)

La cultura nipponica mi ha sempre affascinato, il loro rigore, la loro educazione, il rispetto delle regole. Tutto con una certa eleganza e un indiscutibile fascino.
Ed è proprio per questo che “Stupore e tremori” è come un pugno nello stomaco, perchè è inaspettatamente e lucidamente crudele. E ti lascia così, pagina dopo pagina sempre più tormentata.
Si legge di un fiato, ma  sospetto non si dimentichi altrettanto velocemente.

Recensione di jaahbaba.

AA.VV., Rose del Belgio (Blegio)

Avevo preso questo libro in una bancarella dell’usato, incuriosita dalla raccolta perché per me la casa editrice e/o è sinonimo di garanzia. Invece sono rimasta delusa.

A parte la discutibilità di raccogliere solo racconti di scrittrici belghe francofone (quelle fiamminghe non sono altrettanto importanti?), i racconti sono deludenti, per lo più non belli e di una cupezza che fa mancare l’aria, come se le scrittrici belghe fossero avvinte da quel clima uggioso che hanno e non riuscissero ad uscire dal nero. Le storie cupe potrebbero anche essere belle, non ho niente contro la cupezza, ma forse in questo periodo sono solo stanca di buio e morte, o forse queste sono davvero troppo cupe, troppo tetre per poter dare anche un solo raggio di piacevolezza al lettore.

Sconsigliatissimo, sono soldi buttati.

* Qui la voce della traduttrice e curatrice del libro.

Recensione di Sonnenbarke.

Amélie Nothomb, Igiene dell’assassino (Belgio)

Ad un famoso scrittore, vecchio e soffocato dal grasso, restano solo due mesi di vita. E’ affetto da una malattia rarissima, di cui è quasi orgoglioso.
Accetta quindi di rilasciare delle interviste in casa sua, ma non si direbbe proprio che sia una persona simpatica e disposta al dialogo. Inizia così il calvario dei poveri cristi, giornalisti selezionatissimi, che proveranno a capire di più sulla persona di Pretextat Tach, e che fuggiranno puntualmente a gambe levate, non essendo riusciti ad entrare nella logica fredda, piena di punte aguzze dello scrittore, il quale guiderà fin dall’inizio a proprio piacere l’intera intervista a disgrazia dei malcapitati.
Solo uno di loro, contrariamente ad ogni aspettativa, riuscirà a tenergli testa e a scavare letteralmente nel suo lardo.
Consigliato alle menti affette da lucido raziocinio.

Non sono riuscita a staccare gli occhi dalle pagine, si svolge tutto sotto forma di dialogo, ovvero le varie interviste che si susseguono. Solo fra l’una e l’altra si può tirare un respiro, ma una volta cominciata a leggere la nuova non ci si scolla più fino alla fine.

Recensione di Miriam.

Chika Unigwe, Le nigeriane (Belgio)

Chika Unigwe, Le nigeriane (tit. originale Fata Morgana), Neri Pozza, Vicenza 2008. Traduzione di Giorgio Testa. 287 pagine, 17 euro.

Sisi, il cui vero nome è Chisom, è finita in Belgio, ad Anversa, perché in Nigeria non riusciva a trovare lavoro, nonostante fosse laureata. Efe ci è arrivata perché in Nigeria ha un bambino da mantenere, ed è una ragazza madre. Ama per scappare dal suo patrigno che da bambina la violentava. Joyce, che in realtà si chiama Alek, perché ha avuto la famiglia sterminata dai janjaweed e il suo ragazzo non l’ha voluta sposare perché non era una igbo. Quello che hanno in comune è che sono nigeriane, di origine o, come Joyce, di adozione (Joyce in realtà viene dal Sud Sudan) e che sono finite ad Anversa a lavorare come prostitute. Il loro magnaccia si chiama Dele, è in Africa e gli devono ripagare un debito spaventoso. Vivono insieme in una casa di Zwartezustersstraat. Non sanno niente le une delle altre, finché un giorno Sisi viene uccisa e decidono di raccontarsi le proprie storie, per sentirsi meno sole, più famiglia.

Abbiamo in parallelo le storie delle ragazze di Zwartezustersstraat e quella di Sisi, narrate da un narratore onnisciente in capitoli che si alternano.

È un libro molto crudo, molto duro, ma che va letto perché denuncia la tratta delle prostitute, ci fa vedere come vengano trattate come vere e proprie schiave, come vengano spesso ingannate per essere spedite all’estero. Ci racconta le storie che ci possono essere dietro quelle donne svestite e ammiccanti nelle vetrine di una città belga. Storie di orrore e di disperazione, per lo più.

Non si può leggere molto velocemente, questo libro, perché fa veramente male. Ma io consiglio di leggerlo, lo consiglio a chi non abbia bisogno di storie edulcorate, a chi voglia vedere oltre, a chi voglia capire.

Inoltre Chika Unigwe scrive veramente bene, ed è un peccato che questo sia l’unico suo libro tradotto in italiano. Chika Unigwe scrive in olandese: è nigeriana, come le protagoniste del suo romanzo, ma vive in Belgio con il marito ed è la prima scrittrice africana a scrivere in olandese.

* Il sito di Chika Unigwe (in inglese e olandese).
* Il libro sul sito dell’editore italiano.
* Una bella intervista all’autrice.
* Alcuni racconti in italiano: 1, 2, 3, 4.
* Alcune poesie in inglese e in italiano.

Recensione di Sonnenbarke.

Madeleine Bourdouxhe, La donna di Gilles (Belgio)

La donna di Gilles, Madeleine Bourdouxhe, Ed. Adelphi 2007, trad. G. Cillario
BELGIO

La donna di Gilles: in quel “di” sta l’essenza del libro e della sua protagonista, Elisa. Madre di due gemelle e in attesa del terzo figlio, Elisa è tuttavia solo e unicamente “la donna di Gilles”, al punto che persino i suoi figli altro non sono altro che la concretizzazione dell’amore che lei prova per il marito e nel quale di fatto si annulla al punto da non ritrovare più il senso della propria vita una volta che quell’amore le sembri svanito.
In questa storia senza tempo di un amore malato, malsano, “nonostante tutto”, in cui non vi è salvezza ma solo dolore, martirio, annientamento e autodistruzione, la protagonista può sembrare rassegnata e apatica di fronte al tradimento e all’egoismo insopportabile del marito, ma rivela in realtà sotto quella apparente rassegnazione, apatia e finta serenità una grande forza e una vera e propria capacità strategica:  è tutto calcolato, tanto che otterrà il suo personale successo nel momento in cui Gilles perderà interesse per l’amante. Ciò con cui Elisa non ha fatto i conti, tuttavia, è il contemporaneo spegnersi del suo amore per il marito, che evidentemente non è riuscito a sopravvivere alle sferzate che ha ricevuto nel tempo. In esso vedrà la fine di ogni ragione di esistere, lei che era appunto solo e unicamente “la donna di Gilles”.
Recensione di freetoflyaway.

Georges Simenon, L’uomo che guardava passare i treni (Belgio)

Come una sberla!

Simenon, si sa, è stato un autore prolifico. Nel mio piccolo ho letto dieci suoi romanzi. Questo, che verte intorno alla storia di Kees Popinga, mi ha affascinato a dismisura. Intendiamoci il tema non è nuovo nella produzione dell’autore; spesso i suoi personaggi affrontano il cambiamento radicale che sconvolge la loro vita, tanto più drammatico quando è inatteso, frutto del caso, perfino beffardo, se ricondotto nei limiti di un’esistenza piccolo borghese. Penso a romanzi come L’orologiaio di Everton o come Le campane di Bicêtre. Qui però c’è uno spessore psicologico che rende ineguagliabile questa lettura, sopratutto quando il protagonista ormai avviato su una deriva paranoica e demenziale, ingaggia una sfida con la polizia che è sulle sue tracce, acquistando quasi la personalità del serial killer, in un tentativo patetico di bandire dalla propria esistenza i toni grigi, la penonmbra del chiaro scuro. Gli occhi di Simenon sono i nostri occhi, talvolta velati di compassione, ma anche straniti, strappati all’illusione di una calma borghese. Così a poco a poco diventiamo famelici, vogliamo sapere tutto di Papinga, dei suoi trascorsi, dei suoi familiari, alla ricerca di una differenza, di un’anormalità che ci indichi la soglia di fronte alla quale, al suo posto ci saremmo ritratti. Ci sentiamo aggrediti da questo personaggio così poco eroico da mettere in discussione tutte le nostre certezze, un po’ come l’inquilino della porta accanto che vorremmo non conoscere e di cui ciò nonostante non riusciamo a sbarazzarci.

Recensione di Chiaratosta.