Joseph Roth, La leggenda del santo bevitore (Austria)

Joseph Roth, La leggenda del santo bevitore (tit. originale Die Legende vom heiligen Trinker), Adelphi, Milano 1992. 73 pagine.

Sono laureata in letteratura tedesca, con particolare focus sulla letteratura austriaca, e nonostante questo non avevo mai letto nulla di Joseph Roth. Una lacuna imperdonabile, che finalmente ho potuto in parte colmare grazie al bookcrossing, che ha messo sulla mia strada questo breve racconto di Roth. Dico in parte perché naturalmente ci vuole molto di più per conoscere un autore, ma un primo piccolo passo è stato fatto.

La storia è quella di Andreas, un bevitore, anzi un ubriacone, che vive sotto i ponti a Parigi. Un giorno il protagonista incontra un uomo che gli offre duecento franchi, con l’unica richiesta di ripagare il debito, quando gli sarà possibile, a santa Teresa nella chiesa di Santa Maria di Batignolles, a cui egli è devoto. Andreas accetta i soldi e si fa onore di rispettare l’impegno preso, ma la cosa non sarà così semplice. Avviene infatti sempre qualcosa che gli impedisce di restituire il denaro, ma il protagonista non se ne fa un problema perché gli accade una serie incredibile di “miracoli” e pensa che comunque ne avverrà sempre un altro in modo da permettergli di restituire i soldi.

Il racconto è sostanzialmente una parabola che si può leggere in senso religioso ma anche laico, se si crede che la vita sia dominata dal caso anziché dalla provvidenza.

Mi è dispiaciuto soltanto che fosse così breve, perché credo che una forma più lunga avrebbe giovato alla storia, ma sono comunque stata contenta di leggere questo bel racconto, e spero di proseguire presto l’esplorazione di questo autore.

Recensione di Sonnenbarke.

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Stefan Zweig, Novella degli scacchi (Austria)

Su una nave che sta per salpare da New York per raggiungere Buenos Aires, com’è normale che sia, si incrociano moltissimi sconosciuti.
Tra di essi vi è un famoso campione di scacchi, che ha sorprendentemente imparato il gioco assistendo alle partite tra un prete e un rappresentante delle forze dell’ordine.
L’uomo ha un caratteraccio e gioca solo dietro compenso. Ciò suscita la curiosità degli altri viaggiatori.
Ed è proprio tra questi che si trova il solo capace di fronteggiarlo…
Si tratta, secondo il mio modesto parere, di una prova di narrazione superba, che sa tenere il lettore incollato alle pagine per assistere a questa lotta estenuante a suon di mosse sulla scacchiera.
Questo libro è costituito da meno di un centinaio di pagine, ma i due personaggi co-protagonisti, sono delineati, comunque,  in maniera magistrale!
Non è facile realizzare un breve racconto senza scadere nell’ovvio e nella noia, ma Zweig riesce a superare questa prova con estrema scioltezza.
Recensione di Anto_s1977.

Stefan Zweig, Novella degli scacchi (Austria)

La novella di Zweig parte da una partita a scacchi per descrivere due psicologie agli antipodi. Da una parte l’istinto puro, privo di intelligenza e di bellezza contro l’intellettualità, il ragiomanto puro. Zweig però si diverte a dare ai due caratteristiche secondarie che non ci si aspetterebbe a priori, l’istinto è flemmatico e calmo (almeno esteriormente), mentre l’intelletto è nervoso, quasi isterico (senza quasi…). Lo scontro fra i due finirà come è prevedibile. Il racconto però tende a dilungarsi soprattutto nel passato dei due con una lunga (e affascinante) descrizione della tortura per isolamento.
Ecco… detto ciò devo ammettere il mio rapporto complicato con Zweig. Questo è il suo secondo libro che leggo (dopo Gli occhi dell’eterno fratello) e anche in questo caso non riesco a ritenermi soddisfatto. Forse è la forma breve, ma lo stile manierista, i temi impostati su un livello così alto, le descrizioni eccessive, tutte queste cose sembrano sprecate di fronte ad una conclusione così rapida. Mi sembra che Zweig, come uno dei suoi protagonisti, sia capace di molto, ma si agiti tanto per ottenere molto poco.
Recensione di Killdevilhill.

Elias Canetti, Auto da fé (Austria)

Il libro parte in maniera impeccabile; uno stile di scrittura preciso e ridondante riesce perfettamente a descrivere le psicologie dei due protagonisti (i loro gesti, il non detto, i pensieri, le autorassicurazioni, tutto viene indagato in maniera magistrale) dando subito il là ad un vicenda ironica fino al grottesco. Molto rapidamente però lo stile preciso diventa fin troppo verboso, la ridondanza diventa pedanteria e le pagine prima dense ora diventano estremamente pesanti. Nel mentre la trama ritorna più e più volte sugli stessi concetti, i personaggi si perdono in un turbinio di follia; ne vengono introdotti di nuovi, ognuno più assurdo del precedente (come suggerisce Hawks per il cinema, non bisognerebbe mai avere una storia dove tutti sono pazzi, ci vorrebbe un contraltare di normalità) che vengono macinati dalla storia. Infine viene aggiunto il fratello del protagonista, che da vero e proprio deus ex machina in capitolo disfa ciò che era stato realzzato nelle 400 pagine precedenti.
Le note di meriti ci sono; in piccole dosi lo stile di Canetti è impeccabile; la trama si fa presto caotica (questo lo dico in senso buono), i gesti di un personaggio causano reazioni inimmaginabili, le parole dette vengono misinterpretate causando una commedia degli errori estrema.
Però quando ci mi trovo a leggere una riga si ed una no (e capire lo stesso!) è evidente che non mi trovo di fronte ad un libro per me.
Recensione di Killdevilhill.

Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta (Austria)

Il fulcro del racconto è costituito da una lettera che uno scrittore viennese riceve nel giorno del suo quarantunesimo compleanno. Pochi fogli “vergati alla svelta in una grafia femminile affannosa e sconosciuta”. A scrivere difatti è una donna, di cui però non verrà mai rivelato il nome. La curiosità dello scrittore viene stuzzicata dall’intestazione: a te che mai mi hai conosciuta.

Da questo momento in poi la narrazione prende la forma di un lungo e accorato monologo che la donna fissa sulla carta come testimonianza di sé e di ciò che è stato, prima di svelargli un segreto per lei fondamentale. Una nenia febbrile che ritorna su pochi ma essenziali elementi: il figlio morto e il bisogno di confessare un amore durato tutta la vita a colui che, pur avendola avuta per tre notti, non è mai stato in grado di riconoscerla tra la moltitudine di amori usa e getta collezionati negli anni.

“Perché tu ami solo ciò che è leggero, giocoso, senza peso, perché hai paura di lasciarti coinvolgere in un destino. Dissipare te stesso in ogni incontro, nel mondo intero, è ciò che vuoi, senza sacrifici. […] Ti amo per quello che sei, ardente e immemore, generoso e infedele.”

Ho scoperto Zweig un anno fa e da allora è stato amore a prima lettura. E’ uno dei pochi che ti accompagna per mano fino alla fine delle storie, un romanziere impeccabile e coerente. Mai una caduta di stile, mai una parola fuori posto.

Ma se è vero che i libri servono anche e soprattutto a essere rielaborati secondo le emozioni e le esperienze di chi legge, allora non posso che avere qualche riserva dal punto di vista dei contenuti. Se di amore deve trattarsi, sicuramente qui non c’è alcuna traccia della positività che dovrebbe contraddistinguere questo sentimento.

E’ impossibile provare empatia per la “sconosciuta”, che non solo passa la vita ad amare una persona evidentemente distante da lei (anche a livello di valori personali adottati), ma arriva ad un punto di non ritorno caratterizzato dalla totale abnegazione di sé. Non paga, trasferisce all’altro caratteristiche mitiche, divine.

“Ma credimi, nessuno ti ha amato con tutta l’abnegazione di una schiava, di un cane, come lo fece quell’essere che io ero allora e quale per te son sempre rimasta.”

La storia, seppur narrata con sapiente maestria, lascia l’amaro in bocca. Qui si affronta il lato torbido e distruttivo delle passioni umane. A fine lettura, tuttavia, l’opinione continua a non essere del tutto definitiva. Chi sta peggio? La sconosciuta dai sentimenti folli o lo scrittore che colma un vuoto esistenziale con amori facili? E perché la donna non reagisce, perché non prova a volersi più bene? Perché preferisce annullarsi quando potrebbe farsi forza? Ma forse il problema è che io ragiono come una nata e cresciuta nel ventunesimo secolo. Forse.

Una cosa è certa: se appena ottanta pagine mi hanno dato così tanto da pensare, allora Zweig ancora una volta ha fatto centro.

Recensione di Giuls.

 

Elfriede Jelinek, Le amanti (Austria)

In un paesino delle Alpi austriche due donne conducono due vite parallele (ma opposte); entrambe immerse in un ambiente malato fatto di lavori odiati; assenza di libero arbitrio; uomini perdenti, spaesati e violenti e donne succubi e cariche d’odio; un ambiente questo che è quello dell’occidente di poco precedente al nostro, ma anche (o almeno questo mi sembra suggerisca l’autrice) la contemporaneità.
Di fatto una storia senza speranza, due tentativi di rivalsa nei confronti di una società mortale per l’individuo che non lascia scampo. Ma anche la società è solo una vittima di se stessa; tutti i personaggi sono ingranaggi di una macchina ormai in movimento, che non può essere fermata; tutti sono vittime e carnefici nello stesso momento.
Lo stile ripetitivo, scarno, diretto e senza fronzoli (non utilizza neppure le maiscuole per dare un senso di continuazione senza interruzioni e per non far spiccare niente e nessuno sulla pagina) è ostico, ma anche interessante se si ha la pazienza e la forza di affrontarlo.
Primo libro dell’autrice che leggo (vincitrice del Nobel nel 2004) che mi ha ricordato molto la Kristof e la Muller per lo stile spezzato e telegrafico, per i racconti dolorosi e per la trama incentrata su singole figure banali senza bisogno di una storia ampia. Dalla Kristof però si distanzia per uno stile più ridondante e meno secco; dalla Muller per la totale mancanza di poesia dell’autrice romena (si potrebbe dire che si pone nel mezzo); da entrambe si distanzia per una totale assenza di speranza (nella Kristoff il mondo è malato, ma i suoi personaggi sembrano avere delle possibilità; nella Muller ad essere in sofferenza sono i protagonisti, non tutto il mondo attorno a loro).

Recensione di Killdevilhill.

Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni (Austria)

Con L’interpretazione dei sogni Sigmund Freud ha avviato una delle grandi rivoluzioni del Novecento divulgando la sua teoria dei processi inconsci. Alla vita onirica e alla sua interpretazione viene riconosciuto un ruolo fondamentale per la comprensione delle patologie psichiche, nevrosi e psicosi, ma anche delle motivazioni di tanti nostri atteggiamenti e peculiarità caratteriali.
I sogni non sono delle immagini allucinatorie senza senso, ma hanno uno scopo ben preciso, quello di dirci quali sono i nostri desideri inconsci, ma in modo alquanto distorto per via della censura che l’educazione ci ha inculcato.
I testi di carattere psicologico-psicoanalitico mi hanno sempre affascinato e questo libro oltre al rigore scientifico ha una vivacità narrativa che cattura nonostante il lessico a volte un po’ antiquato.
Una trattazione davvero chiara e completa, aiuta a capire meglio se stessi e gli altri in modo semplice.

Recensione di Isabella Troiani.