Roberto Arlt, Il giocattolo rabbioso (Argentina)

L’infanzia dell’autore, fatta di miseria, furti e tentativi di sopravvivenza raccontata con una serie di racconti messi in ordine cronologico con poche correlazioni fra gli uni e gli altri (salvo il protagonista, of course; salvo il primo e l’ultimo che condividono un paio di personaggi).
Autore indicato come il creatore della letteratura argentina, amato da Bolano, apprezzato da Borges e da qualunque altro autore vi venga in mente nato da quelle parti.
Personalmente ho trovato la scrittura leggera e gradevole nonostante i temi non proprio allegri, talvolta ci sono dei tentativi di lirismo che mi sono sembrati più noiosi che utili, ma tutto sommato molto brevi. I racconti carini, soprattutto il primo dove ancora non c’è l’amarezza delle proprie condizioni e l’ultimo dove c’è il paradosso di volersi vedere come un traditore.
Stile dicevo carino e leggero, ma non mi ha dato molto altro.
Recensione di killdevilhill.
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Daniel Krupa, Serpenti (Argentina)

Daniel Krupa, Serpenti (tit. originale Serpientes), Caravan Edizioni, Roma 2014. Traduzione di Vincenzo Barca. 112 pagine.

Questo è il primo libro di Daniel Krupa tradotto in italiano, per la piccola casa editrice Caravan, attenta alla letteratura sudamericana contemporanea. Daniel Krupa è un argentino nato nel 1977. Il libro sarà in libreria dal 5 novembre.

Tre ragazzi, tardo adolescenti, decidono di andare in vacanza in campagna, nella provincia di Misiones. Non proprio il posto ideale per Fanta, che ha una vera e propria fobia dei serpenti e si documenta in modo ossessivo su tutto ciò che li riguarda. Tuttavia il loro viaggio, seppure breve, si rivelerà comunque denso di avvenimenti, una specie di rito di passaggio all’età adulta, in cui i tre saranno coinvolti in varie peripezie. Per esempio, decideranno di cucinare un beverone allucinogeno a partire da funghi raccolti personalmente da uno di loro, oppure verranno iniziati al sesso da una giovane prostituta locale in un rapporto a tre molto particolare. Fanta, inoltre, si farà male proprio all’inizio della vacanza, giocando a pallone insieme agli altri due, e il dolore (e l’infezione) lo accompagneranno fino alla fine del viaggio.

Un romanzo che ha tratti comici e divertenti, scritto con uno stile fluido e giovane. Da leggere, anche per scoprire questa bella casa editrice.

* Il libro sul sito della casa editrice.

Recensione di Sonnenbarke.

Julio Cortazar, Bestiario (Argentina)

Dato il centenario dalla nascita ed il trentesimo dalla morte non si può entrare in una libreria senza vedere un libro di Cortazar in ristampa (di solito Rayuela). Per farmi un’idea di chi sia questo (per me) sconosciuto ho deciso di cominciare con un piccolo (e poco costoso) libro di racconti.
Lo stile è curatissimo, elegante, a tratti pure troppo raffinato, ma non scade mai, da delle aspettative che vengono sempre mantenute.
Il contenuto è decisamente affascinante. Una serie di racconti che definerei nella sfera del perturbante. Se si vuol trovare un nume tutelare unico, il solo nome che mi viene in mente è Quiroga, onirico, inquietante, fantastico, a volte tutte e tre le caratteristiche insieme; i nomi di un Poe, un Kafka o un Borges possono essere affiancati solo per alcuni racconti.
Casa occupata, Lettera ad una signorina di Parigi (anche se un pò meno) o Cefalea, hanno il passo deciso di un sogno trascritto (e per il primo racconto Cortazar stesso lo conferma nelle note), avvengono fatti sostanzialmente assurdi, completamente non spiegati, ma considerati assolutamente normali per i protagonisti; tutto questo senza mai scadere nel volo pindarico fine a se stesso, siamo dalle parti di un film di Lynch piuttosto che del taccuino dei sogni.
Lontana, Circe e Le porte del Paradiso sono dalle parti dei racconti di Poe, straordinari per il primo e l’ultimo (anche se il primo ha in se molto del senso del fantastico del già nominato Quiroga) del mistero per il secondo. La prosa è però sempre la stessa, calma, elegante, assolutamente non inquieta/nte.
Infine ci sono Omnibus e Bestiario, il primo un racconto di inquietudini assolutamente non surreale, ma di piccole paure quotidiane date dall’autosuggestione, il secondo un libro surreale quasi all’altezza dei primi tre che ho citato (anzi forse a ben vedere è proprio un racconto onirico pure questo).
In definitiva una galleria di brevissimi racconti ben scritti dai contenuti vari tutti molto interessanti (l’unico che sa di già sentito è Lontana, mentre l’unico che effettivamente non mi ha entusiasmato è Omnibus).
Recensione di Killdevilhill.

Mariana Enriquez, Quando parlavamo con i morti (Argentina)

Mariana Enriquez, Quando parlavamo con i morti (tit. originale Cuando hablábamos con los muertos), Caravan Edizioni, Roma 2014. Traduzione di Simona Cossentino e Serena Magi. 100 pagine.

È con estremo piacere che ho fatto la scoperta di questa bella e piccola casa editrice romana che ha reso possibile ai lettori italiani la lettura di questo gioiellino. Non conoscevo Mariana Enriquez ed è stata una bella scoperta.

Un libro brevissimo, tre racconti che si leggono in un soffio e che lasciano un brivido anche nelle calde giornate estive.

Partono come racconti normali, queste tre narrazioni, e poi si modificano, nel corso della lettura, fino a comprendere in sé un’aura di sovrannaturale che fa rabbrividire. Questi racconti sono una perversione del normale, che non c’entra niente con l’horror, a parer mio. Narrano piuttosto una realtà a due passi dal normale, una realtà possibile in un’altra dimensione, una verità parallela.

Nel primo racconto, che dà il titolo al libro, delle ragazzine giocano a parlare con i morti e vogliono parlare con le anime di alcuni desaparecidos per sapere che fine abbiano fatto i genitori di una di loro. Ma a un certo punto succede una cosa strana…

Nel secondo racconto abbiamo una donna gravemente sfigurata dalle ustioni, che è stata bruciata dal marito affinché non potesse essere più di nessun altro. A questa donna seguiranno altre donne bruciate dai compagni, finché poi quella dei roghi non diventerà qualcosa di più sottile e le donne finiranno per bruciarsi da sé, non per uccidersi ma per mostrare le proprie cicatrici, come si dice in un brano.

L’ultimo racconto, infine, il più lungo, narra la storia di una donna e un uomo che lavorano con i bambini scomparsi: questi bambini finiranno per tornare, ma niente sarà più come prima.

Racconti di donne, di violenza, di abusi, di scomparse. Racconti che vale la pena leggere, e che oltretutto sono scritti molto bene, ricalcando il linguaggio quotidiano di persone giovani o relativamente giovani. Consigliato.

* Il libro sul sito della casa editrice.
* Una recensione.
* L’autrice su Wikipedia (in inglese).

Recensione di Sonnenbarke.

Claudia Piñeiro, Tua (Argentina)

Una calma storia borghese

Ho affermato più volte che la quotidianità può essere motore della creatività narrativa, scontrandomi su questo con amici scrittori. Insomma, anche un modello di vita borghese che si trascina in un cliché ripetitivo, può essere rivisitato e rivoltato come un calzino, per trovarvi l’ispirazione che fa da base al romanzo. Questo psico-thriller di Claudia Pineiro è una buona prova di quanto io sostengo. A ben guardare la vita di Ines, di Ernesto e della loro figlia adolescente Laura -detta Lali- è ben lontana dalla realtà di molti di noi. Soprattutto in questi tempi di crisi, quando già ti va bene se hai un lavoro. Poco importa se all’età di sessant’anni devi rinunciare ai tuoi sogni piccolo borghesi, continuando a sostenere sulle tue spalle il destino della famiglia. Così può capitarti di scoprire che i tuoi introiti sono essenziali per mantenere un certo livello di vita, altro che arrotondare le entrate del capo famiglia! Eppure è successo anche a noi, in tempi non lontani, di conoscere manager dello stampo di Ernesto, il protagonista maschile di questa storia. Forse lo abbiamo spiato, come dire, dal buco della serratura. Come può fare una receptionist all’ingresso in azienda del capo dell’ufficio commerciale, o del responsabile delle risorse umane. Certamente i nostri colleghi maschi hanno provato una sana invidia, nel confrontarsi con questo moderno cicisbeo, nel vedere la cura con cui sceglie il proprio abbigliamento, quella falsa trascuratezza che è la cifra dell’eleganza, della sua eleganza.
Decidendo di confrontarci con la protagonista femminile della storia, Ines, la moglie di Ernesto, anche qui le diversità non mancano. La sua è una vita in parte scandita dalla noia, resa solida da una sicurezza borghese che le consente il lusso di vivere alle spalle del marito. Eppure quante volte, benché oppresse dall’impegno casalingo che si aggiunge al lavoro ufficiale che svolgiamo fuori della mura di casa, abbiamo sognato un week end da dedicare solo a noi. Forse anche abbiamo osato un piccolo atto di egoismo che una volta tanto ci ha consentito di mollare la presa, concendendoci una tregua. Senza più necessità di controllare le stramberie dei nostri figli adolescenti o di soddisfare le esigenze del nostro partner, che improvvisamente smette di fare il bambinone, diventa tiranno e dispotico, rimproverandoci piccole dimenticanze, come se il nostro contribuito fosse davvero essenziale e unico per il funzionamento della baracca.
Così abbiamo trasformato quelle ore di libertà in un concentrato di evasione, sebbene innocente: per fare shopping di biancheria intima, magari osè, o di prodotti cosmetici che ci decantano con virtù afrodisiache, nell’intento di risollevare le sorti di una relazione familiare che ormai è solo l’immagine sbiadita degli anni ruggenti. Oppure, come anche Ines fa, abbiamo tentato di trasformare la nostra residenza in una spa in miniatura, provando le ultime diavolerie in fatto di fanghi anticellulite o di creme antirughe.
Ecco, Claudia Pineiro ci racconta questa violenza, la violenza che si consuma e si decanta tra le traversie di una vita qualunque, apparentemente serena e senza grandi scosse, prendendosi la propria rivincita. Senza dubbio il nucleo della storia, nel crescendo, si distacca dal tran tran, per migrare nelle pieghe perverse della anime dei personaggi che si risvegliano dopo la tempesta che si abbatte sul loro microcosmo.
Il risveglio per Ines comporta di conoscere a fondo quel figlio di puttana di suo marito. Per Lali di disprezzare prima il padre che si è fatto l’amante e poi la madre che continua a stargli accanto, ben conoscendo questo risvolto. Probabilmente è questo risveglio che manca a molti di noi. Eppure non possiamo esserne davvero certi. Mutatis mutandis, anche noi dobbiamo fare i conti con una realtà che va diversamente da quanto ci siamo immaginati, accettare il tramonto di quel sogno borghese che ci ha fatto indossare il vestito bianco e salire all’altare. Pensando al maschile, chissà quanti uomini hanno dovuto dismettere l’immagine di una moglie fatina sempre premurosa e attenta per ritrovarsi accanto una strega acida e gelosa, oppure hanno perso per strada una compagna vamp che si trasforma in una finta manager e tenta d’ incanalare la reciproca voglia di evasione in qualcosa di ben più concreto, misurabile in centoni!
Quanti di noi madri e padri premurosi, sempre maldestri nel rifilare ai figli le ricette che a buon mercato ci hanno passato i nostri avi, possono essere sicuri che non ci toccherà un risveglio come quello che Lali prepara ai suoi genitori!
Se vogliamo essere sinceri ci tocca riconoscere che questi personaggi non sono così distanti dal nostro vissuto. Le differenze ci sono ma se sottoponiamo il reale ad una lente d’ingrandimento e stiamo attenti ai dettagli che contano nella chiusa segreta dei nostri pensieri, potrebbero farsi molto più sottili
Ecco, questo è il successo della storia che impietosa descrive lo sgretolarsi della nostra calma borghese. Una prospettiva amara e distopica che non ci abbandona e un po’c’inquieta anche dopo che abbiamo voltato l’ultima pagina del libro.

Recensione di Chiaratosta.

Claudia Piñeiro, Tua (Argentina)

Claudia Piñeiro, Tua (tit. originale Tuya), Feltrinelli, Milano 2011. Traduzione di Michela Finassi Parolo. 

Avevo letto qualche recensione praticamente entusiasta di questo libro e mi sono incuriosita. Devo dire che non sono d’accordo con queste recensioni, ma è comunque un libro carino, che si lascia leggere in un paio di sere e scorre bene e veloce, senza permettere di metterlo giù.

La storia è questa: Inés è una specie di casalinga disperata che crede che la sua vita (ovvero la sua famiglia, o meglio il suo matrimonio) sia perfetta. Un giorno scopre un biglietto nella borsa del marito, scritto col rossetto e firmato “Tua”. Da lì capisce che il marito la tradisce (ecco perché non facevano l’amore da tempo) e che la sua vita non è così perfetta come pensava che fosse. Inizia a seguire il marito, finché una sera lo segue a un appuntamento con la sua amante (la segretaria, un po’ banale), e qui assiste all’impensabile: i due litigano, Ernesto spinge Alicia, questa cade e muore sbattendo la testa su un sasso. Questo è l’inizio del romanzo, a cui si intreccia la storia di Lali, figlia adolescente della coppia, che è incinta ma nessuno se ne accorge, presi come sono tutti quanti dalle loro beghe private, troppo impegnati per guardare alla figlia.

La trama è estremamente banale: il marito ha l’amante, ma ha anche l’amante dell’amante, insomma un quadrilatero più che un triangolo. La trama gialla praticamente non c’è, sappiamo subito cosa succede e si capisce ben presto come andrà a finire il romanzo, non ci vuole grande intuito. L’unica cosa interessante è il rapporto-non rapporto fra i genitori, soprattutto la madre, e la figlia adolescente, che viene completamente lasciata a se stessa.

In realtà non è che sia un bel libro, non ha niente di originale, però tiene incollati fino all’ultima pagina e si fa leggere bene, la scrittura è buona e lo stile anche. Insomma, un buon libro per passare una serata piacevole, ma è meglio se ve lo fate prestare anziché spenderci dei soldi.

* Il libro sul sito dell’editore (con tanto di booktrailer e possibilità di sfogliare il libro).
* Una recensione.

Recensione di Sonnenbarke.

Quintin Contreras, L’amore costa caro (Argentina)

“L’amore costa caro” è la storia di incontri destinati a non trasformarsi mai in un legame solido, come spesso accade quando si incontra una persona speciale che però non è quella “giusta”. Quintin, il gatto siamese un po’ annoiato, osserva in una Torino altezzosa e imprevedibile, tutti i protagonisti: Amanda, una ragazza che sceglie di prostituirsi per ottenere un guadagno facile; Alfonso, il suo primo cliente che dopo poche ore trascorse insieme s’innamora di lei, Gualtiero, fedifrago impenitente, e sua moglie Gennarina, che non parla e comunica con l’esterno attraverso i libri. E poi Leopoldo e Guja, separati, ma ancora innamorati; Laùra, spirito libero; Zia Ceci la cartomante. Vi è una carrellata di personaggi che intrecciano le loro vite facendo i conti con la loro idea di amore.
Vite intrecciate animano questo romanzo e con la loro umanità colorano una storia fatta di passioni, di dubbi, ma soprattutto di sogni, proprio come l’amore.
Un gatto come voce narrante che premia i personaggi che sono buoni con l’io felino narrato o li punisce in caso contrario, ad esempio posizionandoli nel punto di impatto di un pianoforte a coda che casca dall’alto durante un trasloco.
Un romanzo fresco e leggero, poco impegnativo e scorrevolessimo. Nonostante i continui salti avanti e indietro nel tempo, adoperati per la narrazione.

Recensione di Isabella Troiani.