Rajaa Alsanea, Ragazze di Riad (Arabia Saudita)

Rajaa Alsanea, Ragazze di Riad (tit. originale Banat al-Riyadh), Mondadori, Milano 2008. Traduzione di Valentina Colombo e Berta Smiths-Jacob. 332 pagine, 18 euro.

Era da un po’ che volevo leggere questo romanzo, presentato dal Times come un romanzo coraggioso e rivoluzionario, che in Arabia Saudita è stato censurato. Mi aspettavo parecchio, di solito i libri censurati sono sempre i migliori. Invece bisogna contestualizzare, perché ciò che viene censurato in Arabia Saudita potrebbe essere considerato normalissimo in Italia, come è in questo caso.

Questo libro, sebbene ci sia in rete chi giura di no, è chick-lit in salsa araba. Capisco che sia cosa rivoluzionaria per l’Arabia Saudita, ma per me è solo una noia invincibile, mortale. Naturalmente non si deve pensare alla chick-lit a cui siamo, o meglio siete perché io non ne leggo, abituati. È un romanzo trasgressivo quanto può esserlo per un paese governato dalla sharia, ed è ovvio che sia così.

È la storia di quattro ragazze, narrata via email da una loro amica anonima a una mailing list araba, che cercano il vero amore. Fin qui siamo nell’ambito della chick-lit pura, poi naturalmente in questo caso abbiamo matrimoni combinati, donne ripudiate, amori che finiscono perché la famiglia (sempre di lui!) vuole che il figlio sposi un’altra, coppie portate alla polizia perché viste in un bar a parlare assieme. Ma non entriamo mai veramente nella vita araba, ragione per cui mi sarei fatta piacere anche la chick-lit. Queste quattro ragazze infatti fanno parte dell’alta società, quindi la loro vita, quella che l’autrice ci fa vedere, è una vita tutta lustrini e brillantini, lontanissima, suppongo, da quella che è la vita vera nell’Arabia Saudita. Non dico che Alsanea dovesse parlare degli ultimi, ma almeno poteva parlare della classe media. Invece ci fa vedere qualcosa che rappresenta solo una piccola percentuale della popolazione, e mi fa perdere tutto l’interesse.

Meno male che l’ho preso in biblioteca.

* Una recensione sul blog delle letterature altre.
* Un’altra recensione.

Recensione di Sonnenbarke.

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Raja Alsanea, Ragazze di Riad (Arabia Saudita)

“Tabù e trasgressione, ecco il Sex and the City delle musulmane”, riporta la fascetta in copertina. In alto a destra, la scritta “comedy”. La mia edizione è colorata, colori pastello ma soprattutto tanto rosa. Insomma, per qualche strano motivo a me sconosciuto la Mondadori vuol far passare a tutti i costi questo libro come uno dei tanti chick-lit divertenti ma per forza di cose scontati. In realtà, la storia è molto meno frivola di quanto si possa immaginare.

Se è vero che le protagoniste appartengono tutte alla classe più agiata della capitale dell’Arabia Saudita e che una delle loro attività preferite sia senza dubbio lo shopping, è anche vero che di “comedy” c’è ben poco.

Attraverso i resoconti di una narratrice anonima, che comunica attraverso delle email, facciamo la conoscenza di quattro ragazze saudite. Qamra, Sadim, Michelle e Lamis si conoscono da una vita ma non potrebbero essere più diverse caratterialmente. Ma a parte la già citata passione per lo shopping, a unirle sarà la personale ricerca dell’amore in un paese che sembra averlo dimenticato, oscurato, seppellito sotto una coltre di rigide regole di comportamento da rispettare in pubblico e in privato.

Qamra è la prima a sposarsi, e a caro prezzo. Sadim faticherà a lungo prima di ottenere il suo finale felice, tuttavia non così sensazionale come aveva sempre sognato. Michelle, la più radicale delle quattro, ha origini americane ed è per questo che sente tutto il peso dello scontro fra civiltà e tradizioni opposte che la formerà e ne determinerà le scelte di vita. Tra tutte, solo Lamis coronerà il sogno di trovare e sposare il primo vero amore.

Per tutta la durata della storia ero pronta a prendere le difese delle protagoniste che non fanno altro che circondarsi di ragazzi e uomini interessanti e apparentemente stregati dai loro modi piuttosto non convenzionali, ma che di fronte alla prospettiva di legarsi per sempre a queste ragazze (e soprattutto indipendentemente dal loro background culturale), si rivelano tremendamente codardi e riluttanti al cambiamento, pronti a difendere e a solidificare tradizioni.  Nessuno d’altronde vuole per moglie un’araba di origini americane, né tantomeno una ragazza che prova il desiderio di concedersi al promesso sposo prima delle nozze effettive.

Proprio quando è sembrato così facile cogliere l’essenza di un paese regolato dall’Islam, quando ero sicura di poter distinguere i comportamenti “giusti” da quelli “sbagliati”, ecco che si presenta il rovescio della medaglia: Rashid, il marito di Qamra, ha accettato di sposarla unicamente per esaudire i desideri dei suoi genitori. Lui ha trovato già l’amore della sua vita negli Stati Uniti, dove sta studiando;  lei è dolce, forte e soprattutto ricambia i suoi sentimenti da molti anni. Ma sia l’autrice che il finto pubblico che legge la newsletter sembrano schierarsi dalla parte di Qamra, rispedita a Riad incinta (forse il vero motivo per biasimare Rashid) e coi documenti per il divorzio.

Troppo impegnati a giudicarli in base a ciò che manca loro per essere occidentali ci dimentichiamo che sono già esseri umani completi. Qual è dunque la verità?

E’ una storia che si legge in poco tempo. Tuttavia, trovo che l’autrice abbia dato voce solo a una fetta della popolazione giovanile, quella più abbiente ed evidentemente quella che conosce meglio, essendo lei stessa figlia di medici ed avendo conseguito gli studi universitari in patria e all’estero in prestigiosi istituti.

Quali sono i pensieri dei poveri, degli analfabeti? Cosa pensano dell’amore quelle ragazze che, a differenza delle protagoniste, non hanno il privilegio di essere accompagnate tutti i giorni all’università da un autista privata? E quelli dei ragazzi che possono solo sognare di ottenere un dottorato all’estero?

A questo punto c’è da chiedersi quali siano le colpe della società saudita, e soprattutto se essa sarà mai in grado di riconoscerle ed entro quali termini.

Gli interrogativi rimangono aperti, e ad oggi non sembra esserci una soluzione. Una mente occidentale, forse, non potrà trovarla. Rimane solo un augurio carico di speranza:

“Quanto all’amore, lotterà ancora per cercare di spuntare alla luce del giorno, in Arabia Saudita. Si  può percepire nei sospiri degli uomini annoiati seduti da soli nei caffè, negli occhi delle donne velate che camminano per le strade, nelle linee telefoniche che, dopo mezzanotte, sbocciano alla vita, nelle canzoni e nelle poesie tristi, troppo numeroso per essere cantate, scritte dalle vittime dell’amore non sanzionato dalla famiglia, dalla tradizione, dalla città: Riad”. (p.330)

Recensione di Giuls.