Khaled Hosseini, Mille splendidi soli (Afghanistan)


Khaled Hosseini, Mille splendidi soli (tit. originale A Thousand Splendid Suns), Piemme, Milano 2007. Traduzione di Isabella Vaj. 408 pagine, 12 euro.

Dopo aver letto Il cacciatore di aquiloni, trovandolo molto bello, e dopo che diverse persone mi hanno detto che questo secondo romanzo di Hosseini era ancora più bello, ho deciso di leggere anche Mille splendidi soli. E in effetti è vero: è ancora più bello, mi spingerei fino a dire che sia meraviglioso.

Mille splendidi soli parla della storia dell’Afghanistan, di guerra, di donne, di matrimoni forzati fra ragazzine e vecchi, di violenza domestica, di amore. Si potrebbe pensare che ci sia troppa carne al fuoco, ma assolutamente non è così.

Il romanzo è la storia di Mariam e di Laila, che sono diversissime tra loro eppure a un certo punto si troveranno ad una convivenza forzata che sboccerà in una bellissima amicizia. Mariam è la figlia harami, bastarda, di Jalil Khan, uno degli uomini più ricchi di Herat, e della sua serva Nana. A parte un piccolo atto di ribellione da ragazzina, la sua vita sarà dettata dalla più cieca obbedienza, fino al sorprendente cambiamento finale. Laila ha vent’anni meno di Mariam, è di Kabul ed è figlia di genitori progressisti, che la fanno andare a scuola e puntano molto sull’educazione, da loro considerata la cosa più importante. La guerra farà intrecciare le loro vite, in modo dapprima freddo e poi sempre più intenso.

Dietro tutto questo, la storia dell’Afghanistan prima libero, poi occupato dai sovietici, poi preda della guerra tra fazioni, infine vittima dei talebani. E dietro tutto questo anche la storia del matrimonio terribile di Mariam, dell’amore di Laila per Tariq.

Un libro assolutamente struggente, che vi strapperà il cuore in più passaggi, e bello, bello veramente. Lo consiglio a chi ha amato Il cacciatore di aquiloni, ma più in generale lo consiglio a tutti.

* Il sito dedicato a Hosseini.
* La recensione e l’incipit su Wuz.
* La storia dell’Afghanistan su Wikipedia.

Recensione di Sonnenbarke.

Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni (Afghanistan)

Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni (tit. originale The Kite Runner), Piemme, Casale Monferrato (AL) 2004. Traduzione di Isabella Vaj. 390 pagine.

Mi sono avvicinata a questo libro con una certa dose di scetticismo perché, a parte rare eccezioni, non amo i romanzi osannati da tutti. Pensavo che fosse insipido e bruttino, invece ho scoperto che questo libro fa parte delle rare eccezioni di cui sopra. È infatti un libro molto bello e toccante, per niente insipido e nemmeno troppo mainstream, a dire il vero. Ho letto recensioni negative, ma penso che molto spesso le recensioni negative siano dettate dal famoso “conformismo dell’anticonformista”, per cui bisogna andare controcorrente a tutti i costi, essere sempre contro l’opinione comune. Poi non nego che ci sia anche la questione gusto personale, che è sacrosanta, ma a me questo romanzo pare oggettivamente bello, e per niente ammiccante, anzi.

La storia che racconta è molto dura, ed è quella di Amir e Hassan, sullo sfondo un Afghanistan prima libero e poi martoriato dalle guerre e dalle occupazioni. Amir è un personaggio insopportabile, va detto, e la prima sera non mi ha fatto nemmeno dormire la sua terribile viltà. Verrebbe voglia di farlo uscire dalle pagine e prenderlo a schiaffi, perché va bene che non tutti possiamo essere coraggiosi, ma così è veramente troppo, anche perché Amir è pure meschino oltre che vigliacco. Ma bisogna in tutti i modi cercare di andare avanti e di sopportare questo protagonista insopportabile, perché il romanzo merita davvero. La storia penso che sia nota, ma la riassumo brevemente. Amir e Hassan sono amici, ma Amir non lo dirà mai, perché Hassan è di etnia hazara, quindi sciita, quindi da lui considerato inferiore, tanto più che è il figlio del suo servo. Hassan farebbe qualunque cosa per Amir, ma certo non si può dire che Amir ricambierebbe, anzi. Amir gioca con Hassan, vive tutta la sua vita con lui, ma lo prende in giro e non lo difende mai, fino ad arrivare all’assenza di difesa suprema, quando Hassan verrà offeso nella sua dignità umana e Amir non muoverà un dito per lui. In seguito, molti anni dopo, quando ormai Amir è emigrato in America in seguito all’occupazione sovietica dell’Afghanistan, un amico di famiglia lo richiama in Pakistan (dove si è trasferito per avere delle cure) e gli dice che non è mai troppo tardi per rimediare ai propri errori. Qui ha inizio la seconda parte del libro, in cui il protagonista tenta di riscattarsi.

Sullo sfondo c’è la storia di un paese, l’Afghanistan, che la gente della mia età ha sempre conosciuto come martoriato, ma che un tempo è stato libero. Un tempo in cui erano permesse le gare di aquiloni, poi vietate dai talebani, in cui si poteva ascoltare musica, fare feste, perfino bere, anche se magari non proprio alla luce del sole. Quel tempo è finito con l’arrivo dei russi primi, dell’Alleanza del nord poi, dei talebani ancora dopo e infine degli americani con la loro guerra al terrorismo post-11 settembre. Tanto che quando Amir torna in Afghanistan nel 2001 trova una Kabul irriconoscibile, piena di povertà e di mendicanti, di macerie, di donne col burqa e di talebani dalle barbe lunghe. Leggere della differenza fra prima e poi fa rabbrividire, figuriamoci come possa essere vivere una situazione del genere.

Un libro che mi sento di consigliare a tutti, suggerendovi di avviarvi alla lettura senza pregiudizi di sorta.

Per approfondire:

* Il sito italiano dedicato a Hosseini
* Il libro sul sito dell’editore
* Il trailer del film tratto dal libro
* La storia dell’Afghanistan su Wikipedia

Recensione di Sonnenbarke.

Khaled Hosseini, E l’eco rispose (Afghanistan)

Potrei parlare di quello che succede in questo libro, ma tutto ciò che direi non riuscirebbe a farvi sentire la polvere sotto i piedi, la brezza di vento sulla pelle, il rumore che fa un grido sordo di dolore, oppure il senso di vuoto che si prova leggendolo.

Non riuscirei a farvi capire quella tristezza che vi pervade dopo aver chiuso il libro in metro, o quel senso di impotenza che si prova prima di andare a dormire.

E allora vi lascio solo queste due righe che racchiudono, per me, tutte le emozioni del libro:

Ho incontrato una fatina triste
All’ombra di una betulla.

Conosco una fatina triste
Che una notte il vento ha portato via con sé.

Recensione di jaahbaba.

Khaled Hosseini, Mille splendidi soli (Afghanistan)

Mille splendidi soli è un’incredibile cronaca della storia dell’Afghanistan degli ultimi trent’anni e una commovente storia di famiglia, amicizia, fede e della salvezza che possiamo trovare forse solo nell’amore.
E’ il punto di vista femminile a emergere attraverso le vicende delle protagoniste Mariam e Laila. Due donne completamente diverse: Mariam, nata dalla relazione tra uno degli uomini più potenti di Herat e la sua serva, è per questa ragione una reietta destinata a vivere ai margini della società, additata come figlia del peccato; Laila nata a Kabul vent’anni dopo Mariam, figlia di un insegnante di scuole superiori, sembra invece avere un destino diverso e migliore.
Avviene però che le loro vite si intreccino trovandosi a vivere sotto lo stesso tetto, mogli dello stesso perfido uomo, unite e solidali nel condividere un destino tragico.
Questo romanzo, infatti, parla di due donne, nascoste dietro al burqua, della vita travolta dalla paura di padri e mariti padroni “dal cuore spregevole”, dell’isolamento, della rassegnazione, ma anche dell’amore, del coraggio, persino del riscatto. La trama è coinvolgente e i personaggi sono delineati con sapienza; il linguaggio è semplice e scorrevole; l’ argomento è decisamente attuale e difficile da affrontare .
Una narrazione forte e intensa che colpisce dritto al cuore.
Mi ha fatto emozionare, commuovere e allo stesso tempo comprendere alcuni aspetti di una cultura lontana da noi non solo dal punto di vista geografico.
L’autore si mostra straordinariamente abile nel far entrare il lettore nel romanzo, facendolo partecipare dell’angoscia delle due protagoniste, facendolo emozionare quando loro si emozionano e sperare, trepidare insieme a loro.
Una storia travolgente,  triste, coraggiosa, struggente, che però si arrende ad un finale spolverato da un soffio di felicità.
Pagine bellissime ed indimenticabili.

Recensione di Isabella Troiani.

Siba Shakib, La bambina che non esisteva (Afghanistan)

Essere una donna, in un paese musulmano, vivere su un altopiano sempre in guerra contro ormai non si sa neanche più chi.
Essere analfabeta pensare che il mondo sia tutto lì.
Essere uomo in un paese fatto di rocce e di neve, essere figlio di avi che hanno generato solo primogeniti maschi.
Essere il primo che non ci riesca e decidere fra il sacrificare la vita di sua figlia o la sua identità.
Essere Samira/Samir, crescere fra gli altri ragazzi, essere uomo ma con un’intimità da donna, non sapere bene dove collocarsi.
Ecco questi sono gli ingredienti di questo libro breve, che tenta di raccontarci la differenza fra nascere uomini o nascere donne in alcuni paesi.
A mio giudizio ci riesce poco, anzi in qualche modo lo banalizza addirittura, quando tutto sembra ridursi ad una mera scelta di tipo di sessualità da vivere.

Recensione di Marta.