Michail Bulgakov, I racconti di un giovane medico (Russia)

Si tratta di una serie di racconti del celebre scrittore russo Bulgakov nei quali egli racconta le prime esperienze lavorative di un giovane medico appena laureato.
Il suo primo incarico è quello di unico medico presso una struttura parecchio isolata, nella gelida Russia dei primi anni del ‘900, nella quale lavorano solamente altre tre persone.
Il giovane, quindi, passa direttamente dall’università all’esperienza sul campo ma con un handicap molto importante: non può confrontarsi con nessun collega. E’ costretto, pertanto, a prendere delle decisioni importanti lottando contro la paura di sbagliare e di non saper applicare quello che ha studiato sulle pagine dei libri.
Ma la tenacia e la forza di volontà non gli mancano di certo!
Decisamente un’ottima lettura.
Non si tratta solamente di uno sterile elenco di malattie e di pazienti da curare, ma del racconto di un medico che ha paura e dubbi da tenere continuamente sotto controllo per offrire il suo aiuto a chi ne ha bisogno.
E’ un racconto intimo, che non snocciola fatti, ma comunica emozioni.
Ed è assolutamente il genere di libri che amo alla follia
Recensione di Anto_s1977.

Alain Mabanckou, Memorie di un porcospino (Congo)

Secondo capitolo di una trilogia ideale iniziata con Verre Cassé; questo libro sarebbe un manoscritto del protagonista dell’opera precedente (il tutto viene spiegato da un post scriptum firmato da un altro personaggio del libro precedente che si presenta come esecutore testamentario).
Come dice il titolo è lo sfogo di un porcospino che racconta la sua vita da “doppio nocivo” (animale guida/servo di un uomo), del come lo è diventato, del suo rapporto con l’umano a cui era legato, dei suoi compiti, dei suoi sensi di colpa e in ultima la sua paura di morire.
Carino, interessante, pur senza guizzi geniali, il protagonista è simpatico e lucido; la scrittura ha abolito completamente il punto e si muove in lunghissimi periodi spezzati da molte virgole.

Recensione di killdevilhill.

Ding Ling, Huang Luyin e Bing Xin, Tre donne cinesi (Cina)

Questo libro raccoglie otto racconti di tre scrittrici cinesi nate fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. I racconti qui raccolti sono stati scritti tutti fra gli anni Venti e Quaranta del Novecento.

Le tematiche sono varie, così come diverso è ovviamente il modo di scrivere delle tre autrici.

Devo dire subito che i racconti di Huang Luyin non mi sono piaciuti: molto più poetici degli altri, li ho trovati però troppo eterei e sognanti, in un certo senso, caratteristiche che non ho gradito molto. Invece mi sono piaciuti molto i tre racconti di Ding Ling, specialmente il primo, che è il diario di una giovane donna malata e innamorata, e il secondo, racconto corale sulla rottura di una diga e in definitiva racconto con protagonista la massa (tema a me molto caro). Molto bello anche l’ultimo racconto della raccolta, “Disuguaglianza” di Bing Xin, che narra di due neonati dal punto di vista di uno di essi.

Peccato per la terribile traduzione, che mi ha fatto chiedere più di una volta se la traduttrice conoscesse le regole base dell’italiano, soprattutto (ma non solo) quelle della punteggiatura. Sarebbe bello avere la possibilità di rileggere questi racconti in una traduzione più fresca e recente.

Recensione di Sonnenbarke.

José Saramago, Cecità (Portogallo)

Il semaforo di una città, di cui non si conosce il nome, è rosso. Le macchine sono tutte in attesa del verde per ripartire e proseguire il loro percorso, ma allo scattare della luce verde, la macchina in prima posizione non riparte e un gruppo di persone si avvicina per capire cosa è successo all’automobilista che ha creato l’ingorgo. Quest’ultimo è incredulo al posto di guida: sta cercando egli stesso di capire perchè non veda più niente e tutto sia avvolto da una luce bianca accecante.
Da quel momento in poi la cecità dell’automobilista comincia a contagiare diverse persone, il Governo prende provvedimenti e organizza in quattro e quattr’otto una quarantena. Tutti i contagiati vengono rinchiusi in un’ala di una struttura abbandonata da tempo, e pertanto in precarie condizioni, e tutti quelli venuti a contatto con i ciechi vengono rinchiusi in un’altra ala della stessa struttura, in attesa di capirci qualcosa.
All’interno della struttura i ciechi dovranno cercare di adattarsi alla nuova realtà, orientandosi come meglio possono. Solo una donna, che per amore ha voluto seguire il marito, non è stata e non sarà mai contagiata.
Tutto procede con molte difficoltà, ma anche un gruppo di malvagi viene internato e dal quel momento in poi si scatenano, all’interno di quella sorta di carcere, gli istinti peggiori degli uomini. Noi lettori assisteremo ad atti di violenza di ogni genere, fino allo scoppio di un incendio.
Solo il gruppo guidato dall’unica donna vedente uscirà da quell’inferno e si avventurerà per le strade della città, per scoprire che tutti sono diventati ciechi, non esiste più un governo e che regna il caos.
E’ il libro più angoscioso di tutti quelli che ho letto in tutta la mia vita, risulta più angosciante di quei testi che trattano dell’Olocausto e dei campi di sterminio tedeschi.
Tuttavia è un libro ben scritto e, il fatto che trasmetta così tanto al lettore è un punto a suo favore.
La storia è assolutamente intrigante, non si capisce cosa aspettarsi nel corso della lettura e la curiosità sull’epilogo va crescendo in modo esponenziale. Ma quando sono arrivata alla fine, devo ammettere di essere rimasta delusa: mi aspettavo una soluzione ingegnosa da parte dell’autore che non è arrivata. E questo fa scendere il voto…3 ***
Recensione di Anto_s1977.

Mordecai Richler, La versione di Barney (Canada)

Sono mancata da un pò, ma ritorno con un grande libro, il primo letto quest’anno. Un regalo di mia madre, che ringrazio. perché non potevo cominciare l’anno in maniera migliore.
Questo libro è l’autobiografia di Barney Panofsky, e non fatevi ingannare dal fatto che l’autore abbia un nome diverso. Si dice, infatti, che Barney rappresenti il suo alter ego, ma Richler non l’ha mai confermato.
Il libro è strutturato in tre parti, una per ogni moglie di Barney: Clara, l’artista, la seconda moglie Panofsky, di cui non verrà mai rivelato il nome, e Miriam, il grande amore di Barney.
Tra un bicchiere di whisky e uno di cognac, Barney prova a descrivere in ordine cronologico i momenti più significativi della sua vita, prima che la sua memoria faccia cilecca, eppoi capiremo perchè. In realtà ci prova a dare un’ordire alle sue memorie, perchè in realtà il libro è pieno di digressioni, e continui salti temporali.
Dopo qualche pagina ci sarà già chiaro che Barney è arrogante, egoista, ubriacone, maschilista, arrivista e così via…ma io non ho potuto fare a meno di innamorarmene (e credo neanche voi), e di desiderare di bere un bicchiere di whishy con lui, parlando di amore e di esistenza.
L’amore, proprio con lui vorrei parlarne? la sua prima moglia si suicida, della sua seconda moglie non ci svela neanche l’identità, tanta poca importanza ha avuto nella sua vita, ma Miriam, oh Miriam, chi non vorrebbe essere amato di un amore così profondo come il suo per lei! Barney è ubriaco di amore, e si anche di alcool, e quest’ultimo gli creerà non pochi problemi nella vita.
Ma il libro, nonostante le mille digressioni, ha uno scopo ben preciso: difendere Barney dall’accusa di omicidio del suo migliore amico. Ci riuscirà? Vi convincerà? Beh solo leggendo lo capirete. E se nella lettura riderete tutto il tempo per poi all’improvviso vorrete incredibilmente piangere, non preoccupatevi, è successo anche a me!

Che bella scoperta questo libro!

Io l’ho letto quasi tutto col sottofondo musicale del concerto a Napoli di Pino Daniele, e vi consiglio vivamente la combinazione.

Recensione di jaahbaba.

Kurban Said, Ali und Nino (Azerbaigian)

Kurban Said, Ali und Nino. Eine kaukasische Liebesgeschichte, Goldmann, München 1992. 259 pagine.

** Attenzione, questa recensione contiene degli spoiler, non potevo farne a meno. **

Kurban Said è lo pseudonimo, probabilmente, di Lev Nussimbaum, nato a Baku nel 1905 da famiglia ebrea e successivamente convertitosi all’Islam. Questo romanzo è stato scritto nel 1937 in tedesco, perché l’autore ha vissuto a lungo in Germania e in Austria.

Il libro è stato pubblicato in italiano da Net con il titolo italianizzato di Ali e Nina (Nino è un tipico nome femminile georgiano, ma forse l’editore ha avuto paura che non si capisse).

Il sottotitolo dell’opera originale è “Una storia d’amore caucasica”, ed è proprio questo che il romanzo è. Si è detto che Ali e Nino sono i Romeo e Giulietta caucasici, tuttavia le differenze sono notevoli, in quanto le famiglie non contrastano il loro amore.

Ali, un giovano azero musulmano sciita, e Nino, una giovane georgiana cristiana, vivono a Baku, in Azerbaigian. I due sono innamorati da quando erano ragazzini e si vogliono sposare, tuttavia questo non è così semplice e scontato. Prima di tutto perché Nino deve ancora finire la scuola, e poi perché inizialmente la famiglia di lei è contraria, anche se lo sarà solo per poco, convinta poi dall’amico armeno Nachararjan. Ma il vero problema si presenta quando l’armeno (etnia disprezzata da tutti a Baku) rapirà Nino, nel tentativo di convincerla che solo due cristiani possono stare bene insieme e che con un musulmano non sarebbe mai stata felice. In seguito scoppia la prima guerra mondiale e questo porterà Ali e Nino a peregrinare prima in Daghestan, poi in Persia, e infine a tornare a Baku quando verrà proclamata la repubblica (che avrà vita molto breve).

Il tratto più caratteristico e più interessante di questo romanzo è l’ambientazione azera, in uno Stato che era a quell’epoca, e forse è ancora, la porta fra Oriente e Occidente. Ali vuole essere asiatico, ed è proprio in una scena di questo tenore che lo troviamo all’apertura del romanzo, quando dice al suo professore che lui è fiero di essere asiatico e vuole che l’Azerbaigian rimanga in Asia. Nino invece è fieramente europea e sogna di andare in Europa un giorno. Come potranno incontrarsi queste due culture e queste aspirazioni così differenti? Si potrebbe pensare che si scontrino, ma non è così, perché è il loro amore a tenerli uniti. Certo, ci sono momenti estremamente difficili per entrambi, come quando i due trovano rifugio in Persia e Nino è costretta a stare alle usanze dell’harem e, ad esempio, viene considerata “nuda” perché non porta il velo. O come quando, alla fine del romanzo, i due ricevono dignitari inglesi ed europei nella loro casa di Baku e Ali deve sopportare in silenzio che la moglie venga elogiata per la propria bellezza e che le venga fatto il baciamano. Ma in generale le due culture, le due appartenenze, che sembrano così diametralmente opposte, finiscono per fondersi bene assieme, mostrandosi piuttosto come complementari.

Ciò che non mi è piaciuto di questo romanzo è stata la poca verosimiglianza di alcuni avvenimenti. Per esempio quando Nino viene rapita da Nachararjan, a un certo punto confessa che il rapimento non è avvenuto contro la sua volontà, perché credeva davvero che l’armeno avesse ragione. Ma questo non è verosimile, perché in tutto il resto del romanzo Nino si dimostra perdutamente innamorata di Ali, e appare evidente che nessun eloquio forbito avrebbe potuto convincerla che fosse meglio sposare un cristiano. Altra incroguenza si riscontra quando i due vivono in Daghestan, dove Nino dice che il suo unico desiderio è servire il suo uomo, mentre per tutto il resto del libro si è sempre mostrata estrememamente occidentale e poco propensa a seguire i dettami islamici a cui vorrebbe, a volte, sottoporla il marito.

Inoltre non mi è piaciuta la versione Islam-centrica e misogina dell’autore, che sembra sempre parteggiare per coloro che vogliono sminuire la donna e il suo ruolo, e in generale per le usanze musulmane contro quelle cristiane. È pur vero che Ali, che è anche il narratore, cerca sempre di “farsi piacere” l’Europa in nome dell’amore per Nino, ma appare evidente una maggiore propensione per l’Asia e per l’Islam.

La scrittura infine è molto bella e poetica, estremamente limpida e dotata di veri afflati poetici. Tuttavia ciò non basta a far dimenticare gli evidenti difetti del libro, che in ogni caso resta un romanzo bello, anche se sviluppato male, e interessante per l’ambientazione e per il tema principale.

* Diversi articoli dedicati al romanzo (in inglese).
* Il presunto autore su Wikipedia.
* La storia dell’Azerbaigian su Wikipedia.

Recensione di Sonnenbarke.

Yukio Mishima, Il sapore della gloria (Giappone)

Un preadolescente vive con la madre vedova da diversi anni e frequenta una cricca di ragazzini vittime dell’assenza dei genitori, piccoli nichilisti annoiati e violenti. La madre consce un marinaio e se ne innamora, i due decidono di sposarsi e la cricca del figlio si muoverà contro di loro.
Mishima è uno scrittore manierista, decadente, dannunziano e in certa misura perverso. Se la cosa non dispiace i suoi libri sono fantastici. Questo in particolar modo è fantastico.
Una cura nel descrivere i personaggi che ha del fantastico, una sorta di Dostoevskij depresso senza il supporto della religione; il ragazzino è il classico adolescente ricco di contraddizioni, apprezza il nuovo padre, ma se ne vergogna, incapace di fare alcunché riesce a perpetrare cose terribili senza ripensamenti se supportato dal gruppo; la madre è la donna sola, ma indipendente che si è sempre bastata da sola con grande successo, pur abbandonando in parte il figlio, eppure quando le capita l’occasione di un rapporto stabile con un uomo crolla indifesa; il marinaio è però il personaggio migliore, contradditorio, voglioso di  una instabilità ricca di possibilità di gloria, ma di fatto inglobato in una routine marina che è al contempo la morte spirituale e l’unica ancora di stabilità, opta per la vita di terra con successo, ma con grande titubanza.
L’unico neo è la descrizione superficiale e poco credibile degli amici del figlio, utili solo a far muovere gli eventi.
Un libro avvincente e terribile.
Recensione di Killdevilhill.