Margaret Atwood, L’assassino cieco (Canada)

Iris Chase è una donna canadese ormai ottantenne. Attraverso i suoi ricordi ci conduce per mano per tutto il ‘900 e ci racconta la complessa e ricca storia di tutta la sua famiglia.
Molti sono, pertanto, i personaggi che popolano questo romanzo: si parla dell’elegante nonna, del nonno che ha creato la fabbrica di bottoni e reso benestante la famiglia, del papà di Iris distrutto dall’esperienza della guerra e non in grado di raccogliere l’eredità “lavorativa” del genitore, della mamma morta a causa di un’infezione dopo un aborto, ma soprattutto si parla di Laura, Richard e Winifred.
Laura è la sorella minore di Iris, morta dopo essersi lanciata da un ponte dentro un’auto in corsa e diventata famosa dopo la sua morte grazie ad una pubblicazione di un romanzo postumo.
Richard è il marito di Iris che lei ha sposato per salvare la fabbrica, ma che ha sempre odiato.
E infine Winifred è l’odiosa, altezzosa e presuntuosa cognata che dirige la vita di Iris, Richard e anche quella di Laura.
Soltanto al termine della storia, si conosceranno tutti i segreti di questa famiglia, che non sono affatto pochi!
Questo libro non mi ha conquistata da subito. All’inizio non si capisce granchè, si parla della morte di Laura, per poi leggere di due amanti che parlano di vicende ambientati in mondi paralleli. Il tutto misto ad articoli di giornale che narrano di vicende di personaggi ancora nemmeno nominati dal romanzo!
Ad un certo punto vien da chiedersi “Ma cos’è?”
Poi pian piano si entra nella storia, si capisce che oltre alla saga familiare, c’è la narrazione della vita dell’ormai anziana Iris e, in parallelo, stralci del romanzo postumo di Laura da cui, forse, c’è da attendersi qualche sorpresa.
Insomma la Atwood, di cui non avevo mai letto niente, è dotata di una estrema abilità narrativa, poichè riesce a portare avanti contemporaneamente storie diverse che si incrociano tra loro e che si ricongiungono alla fine del romanzo per districare tutti i nodi che sono disseminati in questo filo che lega il primo e l’ultimo capitolo.
Recensione di Anto_s1977.

Luis Sepulveda, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza (Cile)

Tra un gruppo di lumache, che vive su un verde prato, c’è anche un giovane esemplare molto curioso.
La lumaca continua a porre una serie di domande ai suoi simili, ma nessuno riesce a soddisfare le sue curiosità; decide, quindi, di lasciare la sicurezza del suo gruppo e di andare in giro per il mondo in cerca di risposte esaurienti.
Dopo una lunga giornata di marcia, credendo di essersi imbattuta in un sasso, si arrampica su di esso e si addormenta. Ma il mattino scopre di aver passato la notte sul guscio di una tartaruga dal nome Memoria.
Memoria la accompagna per un pezzo del suo viaggio, le attribuisce il nome di Ribelle, e le svela il pericolo che incombe sul prato in cui ha vissuto insieme alle sue compagne.
Ribelle non può rischiare che esse muoiano e decide di tornare indietro per avvisarle. Non tutte crederanno alle sue parole, ma…
Non si possono non apprezzare le favole di Sepulvéda: sono delicate, deliziose e ricche di significato e si rivelano una piacevole lettura per grandi e piccini.
Ma, dopo aver completato la lettura di tutta la trilogia, devo ammettere di preferire la storia di Mix, Max e Mex.
Recensione di Anto_s1977.

Preeta Samarasan, Tutto il giorno è sera (Malaysia)

Nonostante non le abbia mai troppo apprezzate è un paio d’anni che leggo diverse saghe familiari (o racconti di famiglie disfunzionali). Questo libro della Samarasan entra nel novero trovandosi un posto molto vicino a La bellezza delle cose fragili della Selasi. Con lei condivide il racconto cronologicamente casuale che serve a nascondere fatti importanti che verranno tenuti per il finale, descrive i vari personaggi in maniera indipendente  (nonostante siano tutti coevi) e utilizza la storia familiare per raccontare un paesaggio culturale di una nazione (e anche un pezzo di storia come fa invece la Adichie  in Metà di un sole giallo per rimanere in tema). L’aggiunta di qualche suggerimento soprannaturale non le fa mai fare il salto verso una sorta di realismo magico che all’inizio sembra poter cogliere da un momento all’altro. Le pagine sono spesso dense di pensieri e significati, molto ben scritti, ma a lungo andare vive il dramma di tutte le opere simili, la ridondanza. I fatti si accumulano citandosi a vicenda fino a rischiare la noia; l’empatia nei confronti dei personaggi latita spesso e il dramma non riesce ad essere efficace (mentre nell’opera della Selasi risulta perfetto).
Il racconto è carino, ma una volta chiuso il libro lo si dimentaica in fretta. Le pagine più interessanti sono quelle in cui la vita privata si fonde con la storia della neonata Malaysia.
Recensione di Killdevilhill.

Niane Djibril Tamsir, Sundiata (Guinea)

So che geograficamente stanno agli antipodi dell’Africa e cronologicamente sono abbastanza distanti, ma sia quest’opera sia Chaka Zulu di Mofolo fanno la stessa operazione; raccolgono un’epopea regionale diffusa con racconti orali e la mettono nero su bianco sottolineandone l’importanza e il valore dell’oralità stessa indipendentemente dal fatto che solo ora sia messa per iscritto.
La differenza tra le due è che Mofolo è un appassionato, un uomo figlio del suo tempo che non ha velleità da scrittore né pretese intellettuali e che scrive come sente parlare e si ispira a quello che ha a disposizione (i racconti orali appunto e la Bibbia), non ha velleità storiche, vuole solo raccontare una storia. Tamsir invece è uno storico e un intellettuale, è un uomo emancipato da diversi decenni di distanza e da un’epoca (gli anni ’60 in cui vive) ricca di fermento; più che raccontare una storia, lui vuole codificare in maniera perpetua una leggenda, incasellandola esattamente nel tempo e nello spazio (localizza molti luoghi fisici ancora esistenti e ci tiene a nominare città e nazioni); inoltre è e rimane uno storico, non si accontenta di trascrivere una versione, ma fa ricerche e (nelle note) sottolinea cosa ha trovato conferma e cosa rimane oscuro; la sua più che un’opera letteraria è un’opera filologica su un racconto orale. Quello che ne viene fuori è un testo interessante e storicamente valevole, ma perde molto del fascino che probabilmente ha nella versione raccontata (cosa che Mofolo invece non perde nella trascrizione).
Recensione di Killdevilhill.

Nikolai Gogol, Il cappotto e Il naso (Ucraina)

Ma come ho fatto a non leggere niente di Gogol in tutti questi anni?
Da un lato lo considero un bene perchè credo avrei apprezzato meno molti autori che ora amo e che si sono molto ispirati a lui.
Dostoevskij scrisse “Siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol” e non posso far altro che dargli ragione.
Ci ho trovato soprattutto l’ironia pungente di Saramago, il suo comunicare con il lettore quasi fosse un amico.
Una raccolta di tre racconti, tutti stranissimi ma bellissimi.
Ripeto: come ho fatto a non leggere Gogol fino ad ora?

Recensione di Jaahbaba.

Joseph Roth, La leggenda del santo bevitore (Austria)

Joseph Roth, La leggenda del santo bevitore (tit. originale Die Legende vom heiligen Trinker), Adelphi, Milano 1992. 73 pagine.

Sono laureata in letteratura tedesca, con particolare focus sulla letteratura austriaca, e nonostante questo non avevo mai letto nulla di Joseph Roth. Una lacuna imperdonabile, che finalmente ho potuto in parte colmare grazie al bookcrossing, che ha messo sulla mia strada questo breve racconto di Roth. Dico in parte perché naturalmente ci vuole molto di più per conoscere un autore, ma un primo piccolo passo è stato fatto.

La storia è quella di Andreas, un bevitore, anzi un ubriacone, che vive sotto i ponti a Parigi. Un giorno il protagonista incontra un uomo che gli offre duecento franchi, con l’unica richiesta di ripagare il debito, quando gli sarà possibile, a santa Teresa nella chiesa di Santa Maria di Batignolles, a cui egli è devoto. Andreas accetta i soldi e si fa onore di rispettare l’impegno preso, ma la cosa non sarà così semplice. Avviene infatti sempre qualcosa che gli impedisce di restituire il denaro, ma il protagonista non se ne fa un problema perché gli accade una serie incredibile di “miracoli” e pensa che comunque ne avverrà sempre un altro in modo da permettergli di restituire i soldi.

Il racconto è sostanzialmente una parabola che si può leggere in senso religioso ma anche laico, se si crede che la vita sia dominata dal caso anziché dalla provvidenza.

Mi è dispiaciuto soltanto che fosse così breve, perché credo che una forma più lunga avrebbe giovato alla storia, ma sono comunque stata contenta di leggere questo bel racconto, e spero di proseguire presto l’esplorazione di questo autore.

Recensione di Sonnenbarke.

Michail Bulgakov, I racconti di un giovane medico (Russia)

Si tratta di una serie di racconti del celebre scrittore russo Bulgakov nei quali egli racconta le prime esperienze lavorative di un giovane medico appena laureato.
Il suo primo incarico è quello di unico medico presso una struttura parecchio isolata, nella gelida Russia dei primi anni del ‘900, nella quale lavorano solamente altre tre persone.
Il giovane, quindi, passa direttamente dall’università all’esperienza sul campo ma con un handicap molto importante: non può confrontarsi con nessun collega. E’ costretto, pertanto, a prendere delle decisioni importanti lottando contro la paura di sbagliare e di non saper applicare quello che ha studiato sulle pagine dei libri.
Ma la tenacia e la forza di volontà non gli mancano di certo!
Decisamente un’ottima lettura.
Non si tratta solamente di uno sterile elenco di malattie e di pazienti da curare, ma del racconto di un medico che ha paura e dubbi da tenere continuamente sotto controllo per offrire il suo aiuto a chi ne ha bisogno.
E’ un racconto intimo, che non snocciola fatti, ma comunica emozioni.
Ed è assolutamente il genere di libri che amo alla follia
Recensione di Anto_s1977.